Tre tigri

di Stéfano Pérez Tonella

La capitale cubana brulica di gente. Si svuota solo nelle ore più calde.
È il 2005: io mi dedico a delle ricerche sul teatro centroamericano. Scatto, nonostante i colori umani e paesaggistici che mi circondano, pochissime foto: del resto non ho mai amato fotografare le esperienze vissute: preferisco raccontarle a parole. E scrivo, infatti, a mo’ di souvenir, alcuni testi di ricerca, ma soprattutto narrazioni estemporanee, descrizioni di persone, atteggiamenti, trascrizioni di dialoghi. Anche questo è un modo per scattare delle istantanee alla gente.

La maggior parte del materiale di quegli anni è andata perduta. Il tempo consuma, i traslochi disperdono… Ciò che rimane di quella frenesia creativa sono le cose che non ho registrato: attimi di vita che forse non avrebbero mai ambito all’eternità e per qualche ragione si sono impressi nella memoria: la luce di un sorriso, un grugnito, un pianto, un urlo disperato…
«Tre tigri» è la storia di quegli istanti; e di persone profondamente vive, sospese oltre la soglia del visibile.

Quando Tania aprì gli occhi, la stanza era vuota. Nessun’altra persona che lei; solo un caldo introverso, eremitico, che non aveva mai conosciuto altri che sé; il soffitto bianco, gli effetti della luce sulle pareti piene di muffa e il legno secco della finestra, ove lo smalto si diradava rivelando le venature sottostanti.
Dalla strada si levavano le grida dei ragazzi. Li si sarebbe detti di buon umore.
«Buono» è un aggettivo utopistico, onnipresente: dice tutto e nulla; e poi Tania non sapeva molto di bontà, né sperava che ve ne fosse per strada: nel corso degli ultimi giorni erano scoppiate risse improvvise. Non sembra verosimile che le cose siano cambiate all’improvviso: la violenza è latente a Cuba, o forse lo è d’estate. E magari non è neanche vero, ma Tania era a questo che pensava tra  le coperte floreali e i vestiti deposti sul pavimento impolverato.
Non aveva alcuna voglia di alzarsi, sennonché un deus ex machina le infuse una sorta di eccitazione sudata e lei si levò sulle ginocchia, in prossimità della finestra chiusa, al piano terra. Si sporse in avanti per spiare i ragazzi dalle fessure delle imposte, poi si sedette sulle caviglie bianche affondate nel materasso; per qualche istante restò immobile. Socchiuse le lamelle di ferro e una luce improvvisa, assoluta, assalì il corpo chiaro.
La camera non ha vetri; non servono. A poca distanza, il sudore acre dei ragazzi penetra l’ambiente; Tania avverte un senso di fastidio e pudore. Il corpo spogliato, nella mattina socchiusa dal furore estivo, ha poco o nulla a che vedere con il vociare ferino dei giocatori di strada. C’è un mulatto dagli occhi a mandorla che agita una mazza di legno: attende, concentrato, che il lanciatore finisca di bere e lanci; una macchina scende sobbalzando da una via piena di buche. Il guidatore, quando si avvicina ai ragazzi, sporgendosi dal finestrino grida rocamente qualcosa; poi ride e si allontana nel trambusto elegante dell’auto scarburata.

Una goccia di sudore si addensa sul volto di Tania, che sotto la pressione del corpo sente formicolare le caviglie e si carezza il collo da parte a parte. Controlla, con l’altra mano, le lamelle della finestra: pronta, se qualcuno si dovesse accorgere di lei, a sigillare ogni accesso al quel suo mondo di oscurità tropicale.
Il sudore, incanalandosi tra le pieghe dei seni, disegna un rigagnolo che affonda nell’ombelico. Noncurante dei ragazzi, Tania si lascia scivolare all’indietro: sprofonda fra le lenzuola, inizia a sfiorare la pelle marmorea, che sotto la pressione dei polpastrelli si mostra leggera, odorosa, vellutata di sole. La luce penetra obliqua dalla finestra, segna i gesti di Tania, sottolinea l’ambrata richiesta del corpo, accresce l’eccitazione. Tremando, Tania sospende per un istante il gesto ove il sudore dialoga col desiderio.
Attraversa i fervori che provengono dalla necessità di vivere, da quei ragazzi sopravvissuti per istinto: che odorano il sangue come fiere e si sfidano, per strada, a due passi da lei. Teme e desidera che qualcuno la veda. Nella fantasia, vorrebbe essere posseduta volgarmente.
Le grida, fuori, imperversano come un acquazzone estivo: un ragazzo parte a volto basso, i muscoli tesi. Avanza con quel fare ottuso, apocalittico, che schianta la gente addosso un muro, contro un collega, un rivale in amore, un compagno di bevute. Sull’asfalto candente le persone sono protette e gonfie come cactus: senza preti a trasecolare, né checche a starnazzare, né donne ad ammiccare, con le labbra procaci sotto i rossetti dozzinali, né vecchi a giocare, né malati a morire; mosche ci sono, ad amoreggiare sulle auto parcheggiate.
E c’è anche un venditore di caffè. Siede all’ombra, con un bicchiere di rum in mano, sporco di fango e benzina: osserva le ire dei passanti; ma nessuno, neanche lui, sarebbe disposto ad ascoltare, straziare, soppesare le grida dei condannati.
Nel frattempo, la città rimane senza luce.

Grida di protesta. Che astio; Tania socchiude gli occhi e si addormenta.
Al piano superiore, le ventole dell’aria condizionata rantolano per qualche istante e si arrestano. Silenzio. Un tubo di gomma, irrigidito dal tempo, stilla a fatica le ultime gocce di liquido trasparente, che cadono nel secchio bianco poggiato sul marciapiedi.
È quasi mezzogiorno: la città disperde i ragazzi. Si prevede l’arrivo di un uragano, e così il primo vento avvolge la popolazione, la rende invisibile. Le notizie, senza luce, arrivano in modo frammentario_ se la polizia bussa a ogni porta per avvisare, di continuo. Al momento, l’uragano procede a forza due: si potenzierà lungo le coste del Messico; nelle prossime ventiquattr’ore potrebbe raggiungere potenza cinque: un cataclisma. Si saprà di più. I cittadini inchiodano assi di legno sulle imposte. Un istante, un Santi Amen, una frenetica danza di nuvole è sufficiente a disperdere la folla: e tuffare la via in una strana desolazione, sinistra e abbacinante.