Joaquín Sabina, Quien más, quien menos

Quien más... quien menos

Dubito, francamente, che sia possibile avvicinarsi, in modo positivo, profondo e onesto alla letteratura spagnola per mano e voce di Joaquín Sabina. Il quale, tuttavia, rimane pur sempre uno dei più interessanti narratori della canzone spagnola contemporanea. Forse i suoi temi sono ripetitivi, certo, ma questo capita anche a molti scrittori: e il trasformismo non è di per sé una dote.
La storia della letteratura oppone muri… non asettici, ben inteso; anzi, più spesso si tratta di murales, meravigliosi e pieni di tonalità, refrattari tuttavia a questi tentativi di popolarizzazione della cultura: di svendita in saldo della memoria; del mestiere.

Detto questo, può anche capitare che certe parole, in particolar modo se espresse in musica, risultino coinvolgenti. Perfino quando, a scriverle, è un autore senza titoli di appartenenza al mondo letterario. Semplicemente perché, come la miglior letteratura, riflettono, a modo proprio, le irrequietudini di un popolo, di una generazione, di un momento storico.  Questo, in effetti, può capitare nel caso delle canzoni di Sabina. Può anche capitare di confondere il testo di una canzone con la tradizione letteraria classica; del resto, benché si tratti di ambiti diversi, i confini non sono nitidamente definiti.

Credo, tuttavia, che questo si possa dire: affinché le parole di una canzone possano considerarsi significative anche da un punto di vista letterario, è necessario che sopravvivano all’assenza della musica che le accompagna. La maggior parte delle canzoni di Sabina si reggono sulla musica: “Quien más, quien menos” non fa differenza. Eppure, raconta una storia. Non è una colpa di Sabina… un discorso analogo lo si potrebbe fare per la maggior parte dei cantanti consacrati a torto alla letteratura, fra cui Bob Dylan, al quale è stato pur riconosciuto (in modo discutibile) un premio Nobel.

Anche Dylan, interessante - perfino più che interessante - come cantautore, ma se guardiamo alle ragioni espresse dall'Accademia svedese per il riconoscimento del premio, possiamo riconoscere come, dal punto di vista letterario, queste evidenzino aspetti marginali o un po' "tirate per i capelli", come quella di «avere creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione musicale americana».

Nobel o meno (meglio meno), chi più chi meno (quien más quien menos) ogni cantautore che si rispetti è in fondo un cantore di storie. Come tale, mi affascina non tanto l'idea che sia un letterato in termini contemporanei, ma che sia in qualche misura erede di una professione antica, anteriore alla stessa scrittura: l'arte dei rapsodi: di quanti abbiano cucito il canto, inventando nuove forme nell'eco di narrazioni conosciute. Senza spingerci troppo oltre con la fantasia, possiamo notare come, in questa canzone, ai vuoti del testo sopperisca la voce roca, e piena di sfumature, di Joaquín Sabina. La stessa che, non troppo tempo fa aveva dignificato un testo piuttosto scialbo di Pablo Neruda. Complessivamente, devo dire che questa canzone restituisce un’immagine delicata, seppur narcisista, di certe aporie, proprie dell'individuo nella società contemporanea.

Il resto manca: non v'è profondità, né vi sono molteplici livelli di lettura: tutte cose che sarebbe inutile chiedere a Sabina. Assenze che comunque non intralciano l'ascolto di un'opera sincera. È sufficiente accontentarsi della genialità, in tono minore, che consente al cantautore andaluso di puntare la lente sul minuscolo, sulla scoperta, sull'osservazione autobiografica, sfuggendo gli alibi nella continua ricerca di un profondo, oscuro, inevitabile e fascinoso smarrimento.

Stéfano Pérez Tonella, 27 11 2017

Quien más, quien menos

Letra de Joaquín Sabina; música de Joaquín Sabina y Leiva
Disco: Lo niego todo


Joaquín Sabina

Quien más, quien menos
tiró una vez la casa por la ventana,
se tatuó en las sienes una diana
probó un veneno.

Quien más, quien menos
se ha tomado a sí mismo como rehén
y tiene una conciencia todoterreno
del mal y el bien.

Pero yo fui más lejos,
metí un palo en la rueda de la fortuna
bajé al sótano en busca de un mal consejo,
usé tus puñaladas como vacuna.

Ni un paso atrás,
mi espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pié en el tango y otro en el ojalá

Quien más, quien menos
pagó caras quinientas noches baratas
y cambió a la familia por dos mulatas
de culo obsceno.

Quien más, quien menos
se agarró a un clavo ardiendo por no caer
acribillado a besos como un John Lennon
de Lavapiés.*

Pero yo fui más lejos,
le adiviné las cartas al adivino
aposté contra mí por no hacerme viejo
en la ruleta rusa de los casinos.

Ni un paso atrás,
mi espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pie en la rumba y otro en el nunca más.

Pero yo fui más lejos,
me dio por confundir el cuándo y el dónde
me disfracé de sabio frente al espejo
busqué dentro del alma lo que se esconde.

Ni un paso atrás,
la espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pié en el mambo y otro en el más allá.

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* Lavapiés es un antiguo barrio del centro de Madrid.