Se solo mi… dareste la possibilità

Monologo teatrale. Di Stéfano Pérez Tonella

Un villano incontra, per fortuita casualità, il proprio sovrano caduto da cavallo. A lui chiede di essere accolto a palazzo, con il titolo di «mago di corte». Frattanto lo ripulisce dalle sterpaglie, strigliandolo come un animale.

Un villano entra in scena correndo. Dalle prime battute si intuisce che, al centro della scena, vi è un uomo, probabilmente il sovrano di quelle terre, in difficoltà.

Signore, approfitto che siete caduto da cavallo, e immagino non essere per voi un bel momento… e neanche per il cavallo, dico, ma se solo mi dareste la possibilità, mentre vi ripulisco delle sterpaglie e immantinente vi aiuterò a rimontare in sella, Signor Mio, di parlarvi un attimo delle mie abilità, invero, eccezionali… Questo villano, che voi ora vedete così sporco, potrebbe un giorno essere, per vostro gaudio e fortuna, il fedele mago della Corte su cui magnamente regnate, o Rosa, fresca aulentissima di Nobiltà. Io vi chiedo solo un posto a Palazzo e un laboratorio con lambicchi, erbe e un po’ di fuoco. Al resto lasciate che penserei io.

Che se d’onore si tratterebbe per me, non ambisco che sarebbe fra gli uomini, ben sì fra le erbe, da che quello è il mio posto. Devo dire, nobilissimo, che questa mia richiesta è quasi una supplica, perché se voi non mi dareste modo di lavorare, io che, con rispetto, sono povero, potrei solo andarmene in giro a raccogliere erbe qualsiasi. E allora non rivelerei mai alla Vostra Illustrata Signoria, il mistero di Grandi Arcani. Credetemi, Signore, che se invece mi dareste un impiego tra le mura, vi farei apparire una mappa antichissima e, con fantasia, se mi consentite, vi dirò anche in ardimento religioso (risatina isterica; subito si ricompone) che vi mostrerei l’epifania di tesori sommersi.

Se mi permettereste di regalarvi il martirio anche degli ori più insignificanti, quelli irraggiungibili, nelle profondità degli oceani, avreste ancora, a Vostra consolazione, non sì i tesori mai raggiunti, ma almeno una mappa, di ori e corsari intrappolati fra le vostre benevolenti mani. E avreste anche, con rispetto parlando, un mago che, per Voi, Magnifico, preparerebbe pozioni meravigliose. Non mi chiedete, Signor Mio, che funzionino anche per qualche scopo, dacché (enfatico, puntando il dito al cielo) «ne la mescolanza sta la legge!» come insegnò quell’Ermete che voi oggi disperereste di incontrare se non sareste caduto dal vostro Illustrissimo cavallo, scoprendo, tra la paglia (accennando un inchino), me.

Ma se potrei, per volere Vostro, risiedere a Corte, non ve lo farei troppo rimpiangere. Soltanto un po’, Signore, nei giorni di pioggia, che però piangono da sé e non per mia cagione. Perché, con me, sarebbe tanto per Voi il tempo di ridere. E riderebbe anche il mago Vostro, cioè io, ma senza l’osadía di divertirmi nel Vostro stesso tempo. Aspetterei un po’, e per il giusto limitar divertirei la mia persona in Vostro onore, prima di rimettermi al lavoro d’erbante che mi compete.

(La seguente supplica è da pronunciare tutta d’un fiato, legando leggermente le parole) Or che voi guardate con interesse a queste mie parole temo io che qualcuno fermerebbe il Vostro sorriso accogliente nel considerare il mio fare troppo ardimentoso e vi direbbe forse che io non sono edotto veramente in quest’arte della mescolanza degli elementi. (riprende fiato) Ma voi gli direste, ben ve ne prego, a mio dir tacendo, che la dottrina del Mago Vostro, nelle esplosioni si manifesta. E che già da lungo tempo, la gente, così racconta, ha sentito nelle montagne il grido di spiriti che ancora fanno risuonare le valli. E ben oggi Voi sapete che quegli spiriti hanno il nome mio, Signore; ché le urla dalle mie pozioni son cagionate.

Se la Signoria Vostra non intende o se, come è lecito, sarebbe anche un po’ stanco e acciaccato dal troppo cavalcare; e poi, forse anche da questa, in fondo (enfatico) fortunata! vostra caduta al lato mio-mago-vostro, potrei anche ripetervi, e certo lo farò, con l’umiltà del piacere che mi concedeste cadendo, queste parole per iscritto in una lettera, o Divino, perché, ne sono convinto, le ricordereste meglio nella tranquillità di una colazione a Corte che nella campagna melmosa (fa il gesto di strigliare con più energia) della quale, con rispetto parlando, Signore, siete ricoperto. E, ancora con permesso, supplico umilmente la Signoria Vostra di nominarmi Mago ex merito, ché in caso contrario non potrei lavorare per Voi, come fino a oggi ho fatto senza nulla pretendere. La casa dove fino a pochi giorni fa vivevo, o Signore, è esplosa in un grandioso boato, cagione della perfetta riuscita di un esperimento che io, felicemente, vorrei ripetere presso la Corte Vostra.

Credetemi che, per la stima che ho di Voi, non sarei a chiedervi un lavoro se non crederei in fondo di meritarne l’onore. (Sorpreso, un po’ enfatico, mentre aiuta il nobile a rimontare a cavallo) Eccovi di nuovo in sella! Bello come un eroe, Signore Mio. Vi auguro, se dovreste cadere prima di rincasare, che sia in un luogo asciutto, a ciò che la gente pensi che siete stato in guerra, e non… per terra. E permette al Vostro Umile Mago di salutarvi finanche con un gesto della mano. Addio, Illustrissima Maestà.