Stéfano Pérez Tonella, Riflessioni di un fotografo italiano a Corinto

Presentazione del lavoro

Un giorno, sul lungomare di Κιάτο (Grecia) ho scoperto un piccolo gigante dei mari (…) Le ferite aperte lo rendevano un rudere, niente più di questo. Era un miracolo che ancora galleggiasse. Osservare quell’imbarcazione era per me come sentire il grido disperato di un condannato a morte: percepivo la bellezza della tragedia e l’inevitabilità del male.

L’imbarcazione: a proposito delle «Riflessioni di Corinto»

Nel 2016 ho trascorso, per la seconda volta in due anni, alcuni mesi in Grecia. Come base di lavoro, avevo scelto un piccolo paese alla periferia di Corinto, che d’estate si popola di turisti. Quello che ho avuto occasione di vedere è un’altra realtà, più mite; più intima. Così, nelle sere di vento, freddo a volte pungente e lettura, ho osservato, in una condizione meditativa, il profilo del monte, alle cui pendici si apre il golfo di Corinto, e l’orizzonte del mare interno, le cui rive si osservano e si lasciano osservare. Ancor più, però, ho incrociato, nei discorsi incomprensibili, di cui appena coglievo sparuti vocaboli e un sentore di significato, un sentimento antico, tragico, legato alla terra, al mare: una semplicità che medica, mestamente, ferite ancestrali.

Kiato, Korinthia, Greece, 2017

Stéfano Pérez Tonella, Korinthia (Greece, 2017)

Un giorno, sul lungomare di Κιάτο (Kiato), dove quotidianamente vociano i pescatori di fronte a casse di pesce fresco, mentre rugose mani intrecciano fili nelle reti o si cosparge di ghiaccio il pescato, ho scoperto un piccolo gigante dei mari: un’imbarcazione, il cui carisma era appena intaccato dalle macerie che ne ricoprivano il ponte e dalle ampie falle che costellavano qua e là lo scafo. Le ferite aperte lo rendevano un rudere, niente più di questo. Era un miracolo che ancora galleggiasse. Osservare quell’imbarcazione era per me come sentire il grido disperato di un condannato a morte: percepivo la bellezza della tragedia e l’inevitabilità del male.

Sono tornato dal mio gigante un secondo giorno, e poi ancora un terzo, con la macchina fotografica. Volevo ritrarlo per come mi si era mostrato: nella sua grandezza disperata; non nell’umiliazione: non nella miseria in cui era precipitato per l’incuria di chi avrebbe dovuto amarlo. La prima volta che tornai Kiato non scattai alcuna foto: girai attorno all’imbarcazione cercando l’inquadratura migliore, ascoltando i suoni della pesca e del mare; prendendo appunti. Nessuna inquadratura mi soddisfaceva. La seconda volta cercai di ritrarre le parti ancora conservate del gigante. Neanche in quel caso fui soddisfatto. Decisi, allora, di tornare una terza volta e, impudicamente, ritrarlo nella sua veste più imbarazzante. Ne trassi un ritaglio di scafo con le macerie sul ponte quasi in primo piano. Scoprii, allora, che quella era la sua vera bellezza: la capacità di sostenere il peso della disfatta senza nascondere nulla di sé. Già oltrepassata la soglia della distruzione, era ancora in grado di affascinare e raccontarsi con un sorriso.

Quella foto, per me, è divenuta come una metafora della Grecia che ho conosciuto; la medesima che ho cercato di tessere, raccontare e mantenere viva nel romanzo Riflessioni di un fotografo italiano a Corinto. Il testo è come un gioco di specchi: una serie di rimandi tra riflessioni personali e la figura di questo fotografo, che nel trascorso di anni in un paese per lui quasi sconosciuto, sulla scorta di un evento casuale, un’intuizione estemporanea, inizia a intravedere qualcosa. All’improvviso, aneddoti e voci prendono vita, e ricompongono il tessuto di una rete, non dissimile da quella a cui lavorano i pescatori di Kiato: rumorosamente, fra risate, canti e polemiche, ma pur sempre animati da un’antica pazienza e un profondo senso tragico della vita.