Lettera a Psiche

di Stéfano Pérez Tonella [dalle bozze per «Heroides»]

«Medio luci meditullio prope fontis adlapsum domus regia est aedificata non humanis manibus sed divinis artibus.»

– Apuleio, Amore e Psiche.

Ho costruito il tuo mondo e vi ho dato vita. Ora sei circondata da pesci e fiori, hai un lavoro e una città. Ci ho messo due giorni a creare millenni di storia; solo per te. Ho dato forma a miliardi di persone perché tu ne conoscessi una parte infinitesimale, e costruito stazioni di metropolitana buie, graffitato i treni nella notte, cercando di non farmi scorgere dalle guardie che avevo creato. E ho dato forme curiose, per puro svago, a dei luoghi che non visiterai mai. Perché il mondo in cui non vivi ti rende libera di scegliere.
Ho decodificato antichi algoritmi, tracciati nella struttura della pietra, dei quali avevo smarrito il senso, il libretto di istruzioni. E ho creato una nuova disciplina, la Filosofia, per conoscere il come e quando dei tuoi giorni: per creare, dalla matrice di quella antica pietra ormai sconosciuta, le montagne che avresti ammirato dalla finestra della tua camera.
La felicità di cui disporrai è stabilita: non è tanta; dovrai esserne parsimoniosa. Ho anche disposto le malattie che ti tormenteranno; alcune di faranno gridare di dolore, altre ti porteranno a perdere gli affetti, il lavoro.
Ti ho regalato l’infelicità: è tutto scritto nella bellezza, amore mio; nella Natura.
La tua specie, anticamente, incideva verità sulla pietra: tracce spontanee, che mi divertivano, vicine alla sorgente dell’essere. Ho osservato quegli anni sbriciolarmisi fra le dita. Perdendoti di vista è trascorso il Medioevo: non ne ho molti ricordi. So questo: più il mondo si avvicinava a te, meno ero in grado di comprenderti; di riconoscere le mie azioni.
Ho creato forse troppe variabili, sognato per te millenni di storia: voci di pura forma. Ho visto come nacquero e morirono i maghi. E una sera, sorseggiando assenzio, ho assistito alle trasmutazioni della materia. A come quelle divennero metafora della vita: imago dell’Uomo nell’Uomo.
Benvenuta al mondo, piccola giraffa, bambina dal collo lungo, dai pensieri alati; occhi di tigre. Benvenuta, culla di seta bianca, nella casa delle carrozze scure; fra i contadini vicini dei padroni: figlia degli uni, coccolata dagli altri.
Gli anni che ti ho donato sono trascorsi. Zefiro già non ti conduce fra le mie braccia, e tu ora sei lontana. Con due pagine strappate nel passato e un po’ di memoria e polvere a comporre le tue nuove speranze, sei la giovane donna di una città senza tempo.
Ho creato un mondo immenso perché tu vi potessi viaggiare, abbastanza piccolo da non contenere tutto il dolore che avresti provato. Non abbandonare alcuna delle vite che possiedi; cerca, adesso, di preservare il ricordo degli anni che non potrai vivere.

Eros