Ipocondria

Presentazione del lavoro

Stéfano Pérez Tonella, Ipocondria. «Ipocondria» è un diario sulla paura di vivere. A Gabriel, il protagonista, viene diagnosticata una malattia, di cui, però, non conosce la gravità: vive la travolgente esperienza di un uomo di fronte alla percezione del proprio degrado. In poco tempo allontana gli amici: sembra che i medici lo abbiano condannato ed egli vi si adatta, con rassegnazione.

Poco a poco, ogni suo desiderio viene meno: come se quel suo essere disincarnato potesse mitigare la sofferenza per la sorte a cui è destinato. Attraversa questo sentimento di interiorità devastata, a cui cerca di mettere qualche pezza, mentre il dolore fisico si aggrava e lo trascina ancora più a fondo. Nella sua vita c'è sempre meno spazio per l'altro; si isola. Inizia, però, a tenere un diario.  Scrive per arginare la perdita di contatto con la realtà, di cui una parte del suo animo, così riflessivo, è cosciente. Non può vedere, tuttavia, quanto le proprie riflessioni siano già oltre la soglia: lontane da quel mondo a cui vorrebbe, con tutte le forze, rimanere ancorato.

«Un ago di plastica»

Da «Ipocondria» di Stéfano Pérez Tonella 

Pubblico, di seguito, un passo di «Ipocondria», testo in forma di diario, che narra le sofferenze fisiche e spirituali del protagonista, Gabriel Raimondi. Alla soglia dei quarant’anni, Gabriel si ammala gravemente: il calvario che deve affrontare lo conduce a un progressivo isolamento. Le persone che incontra sono poco più che ombre traslucide.

 


Gotham, 7 marzo. Non importa di che anno. Moloch in festa.

— Mi servono cinque minuti di preparazione. Sì, dovrebbero bastare… 
Quanto tempo è necessario per prepararsi a… È solo un’operazione: questo ripeto a me stesso da ore. E intanto  scrivo queste note, mentre osservo una placca metallica, rotonda, traforata, sul soffitto della sala d’ospedale in cui mi trovo. Dove, per meglio dire, mi hanno depositato.

Alla mia sinistra c’è un uomo che si lamenta orribilmente. Qualcuno dovrebbe farlo smettere! Se almeno potessi vederlo in volto! Quella sofferenza avrebbe un aspetto più umano. Invece, per volere di qualcuno, in questi locali l’umanità risiede nella «privacy»: è così che un senso di giustizia ha trasformato la pietà in urla senza volto.

Se mi volgo dalla parte del mio sfortunato compagno, una tenda, di colore bianco stinto, tesa come la vela di un’imbarcazione, mi impedisce di vedere. Non copre tutto: non è una parete. Mi è permesso sbirciare fino a trenta centimetri da terra, e poi sopra, fino al soffitto libero da questi orpelli di bontà normativa.

In mezzo, dove mi è invece impedita la vista, alcune ombre si muovono lentamente. Chi fa compagnia al lamentoso compagno? Forse la moglie. Appena ne percepisco la voce; non distinguo le parole: quando si china sul corpo tormentato, i lamenti trovano pace per un istante intemporale, sufficiente appena per un sorso d’acqua. No; non è acqua: sono gli occhi. È la pietà, l’amore. Come si può vivere senza quegli occhi che ti guardano? Chi è qui con me, adesso? Non mi lamento forse anch’io? La mia voce non arriva tanto in alto, o questa malattia prevede anche la negazione dello spirito. Fatelo tacere, vi prego: la sua sofferenza è insopportabile.

Tra poco arriverà l’infermiera. Sono abituato a queste situazioni: non è la prima operazione a cui mi sottopongo. So esattamente cosa mi domanderà, dall’alto del suo camice biancastro: se ce la faccio ad alzarmi da solo — le risponderò di sì —, poi mi chiederà di sdraiarmi sul lettino e mi condurranno in sala operatoria. Del resto è già passata poco fa, per avvertirmi, con un mezzo sorriso di cortesia, che fra non molto toccherà a me: «tra poco la porteremo dentro.»

Mi portano dentro? Trovo inappropriato questo gergo carcerario per fare riferimento a una sala operatoria. Non è pietoso, d’accordo; ma neanche logico: il carcere è un luogo di stasi, salvo per chi è ridotto in prigionia, il quale, ribellandosi, cerca di preservare il senso dell’essere. In sala operatoria, invece, non è il luogo, ma il prigioniero – rapito dalla malattia, ostaggio del personale medico – a sprofondare nella stasi, mentre la vita attorno a lui brulica di movimenti pacati o frenetici, a seconda della gravità delle sue condizioni cliniche. Un tipo di amore salvifico rigidamente regolamentato, pietosamente protocollare.

«La portiamo dentro». Queste parole, vivacemente intonate, come si trattasse di una festa, non mi abbandonano. Non sarebbe meglio utilizzare formule augurali, come: «ti porteremo fuori»? Fuori da questa malattia; dalla sofferenza.

Dovunque mi portino tra poco sarà finita. Ho già letto e firmato tutto; ora c’è solo da sperare. Pregherei ma non fa per me. La convalescenza, certo, sarà un po’ difficile. Del resto, cosa pretendevi, caro John Doe; che fosse facile; dopo quello che già hai passato? Non si esce dall’inferno ballando; anzi: considerati fortunato se ne scampi. Tranquillo: uscirai tra le fiamme pieno di ustioni e travolto da un orrore che non ti abbandonerà per il resto della vita. Quello sarà, forse, il momento di pregare; non ora.

Più passa il tempo, e più trascorre su di me l’immobilità asettica di questo ambiente, che si deposita come sabbia. Il mio corpo imita ciò che di immobile mi circonda. Prepara se stesso all’immobilità. D’improvviso, scopro che per evadere dai pensieri mi è sufficiente concentrarmi sulla placca circolare del soffitto. La trovo ipnotica; mi perdo, fino a sentire il conforto delle sue lamelle curve, che formano una spirale.

Mi domando perfino se questa mia calma improvvisa non si debba a qualche farmaco: quelle piccole pastiglie di due colori distinti: avorio la prima, verde scuro la seconda: non più di un’ora fa, un infermiere muto le ha poggiate sul comodino alla mia destra, sul fondo di un bicchiere di plastica vuoto. Sono veramente quei minuscoli insetti circolari che brulicano sul fondo dei bicchieri, all’origine di questa calma inaspettata?

La risposta non mi soddisfa. Penso, piuttosto, che in questo ambiente tutto sia calcolato: dalla vernice graffiata delle pareti, che infonde un senso di malattia dell’anima, alle urla che non conoscono tendine, fino alla placca ipnotica del soffitto. Tutto questo penso sia il risultato di una grande equazione, elaborata col solo proposito di eliminare l’Umano. In effetti, l’essere umano è l’unica variabile provvisoriamente ammessa, in quanto irrazionale e irriducibile, ma infine esclusa in quanto malata, destinata a morire.

So questo: ogni ipotesi circa l’accettazione pacata della mia condizione dipende da una placca circolare di metallo, alla quale non so dare un nome. Anzi, mi accorgo di ignorarne perfino la funzione. Forse, sputare aria fresca. O, magari, assorbire odori. E se così fosse: quante disperazioni sarebbero allora intrappolate in quelle lamelle! Magari serve dispensare acqua salvifica in caso di incendio. Fra tutte le ipotesi, quest’ultima mi sembra la più improbabile: troppo grandi quei buchi che si inabissano ciechi oltre il sardonico riso delle lamelle: l’acqua ne uscirebbe simile a tante cascatine, come quelle dei presepi, del tutto inefficaci in caso di incendio.

Dal fondo della sala emerge una voce: è quella di un uomo da qualche ora depositato su una sedia a rotelle, in prossimità della porta. Da chissà quanto tempo intona una cantilena incessante, lamentosa. È da essa che, all’improvviso prorompe, un grido: «Sto male!»

Sfinito dal dolore, irritato dalla noncuranza degli infermieri, quell’uomo aveva stabilito di tradire il proprio desiderio di invisibilità, comunicando a ciascuno quella condizione di sofferenza. Un infermiere che passava di lì ribatté a quel lamento con l’ironia cinica dell’ospedale: «Sta male, dice! E certo che sta male: in ospedale non ci si viene mica per divertirsi: se stava bene… non era qua!»

Il tono sarcastico dell’infermiere ricompattò il silenzio; lo ricongiunse alla sofferenza, e questa diede nuova voce alla cantilena che, come un balsamo, cullava l’uomo adulto nel suo desiderio d’infanzia: di spensierata scoperta. Oggi, fatto evidente per ciascuno, almeno in questa sala d’ospedale. Non c’è nulla da scoprire: tutto è svelato, perfino l’orrore.

E poi non c’è altro da dire. Sono qui, sto bene; ancora per poco. In un certo senso è proprio per questo sono qui: perché qualcuno, da qualche parte: nelle lezioni di catechismo, nella mia coscienza, mi ha detto che dal Male nascerà il Bene, e io mi aspetto che sia così.
Sento un filo di aria condizionata insinuarsi come una sostanza liquida, lentamente, con la pazienza di una flebo, nella stanza. Per un istante avverto l’ansia crescere: penso che vi sia, in quest’atmosfera rarefatta, falsa, soffiata silenziosamente, come un suggerimento sbagliato, un gas ansiolitico. No: è solo ossigeno! Le stesse parole del primo essere sul pianeta Terra: un essere che, nella propria semplicità, era privo di parola. Per questo delegò la natura intera a esprimere quel pensiero che, ora, torna a me come un’istanza logica: «è solo ossigeno». Respiro.

Sento dei passi, socchiudo gli occhi. Le percezioni si fondono, i passi avanzano verso di me; cerco di rallentarli. Può sembrare un’idea assurda ma se, come credo, le mie sensazioni fanno ora corpo unico col mondo, dovrei riuscire, almeno temporaneamente, ad arrestare quel movimento trattenendo l’aria. Funziona! Per qualche istante ci riesco, poi però espiro e libero all’improvviso quel taccheggiare di passi che riprendono cadenzati, finché, aprendo gli occhi, mi trovo accanto una grande infermiera: la detentrice del taccheggio è un donnone che mi afferra il polso e vi ritma sopra una musichetta preparatoria, poi infila un ago. Per tranquillizzarmi mi informa che si tratta di un ago di plastica.

La plastica non mi tranquillizza affatto. Anzi, io odio la plastica: mi domando che avrebbe fatto quell’infermiera se l’avesse saputo. Avrebbe, penso, comunque infilato l’ago. Non per cattiveria: sono le norme di questo luogo a imporre la ripetizione; il protocollo. Attualmente, ad esempio, io sono un protocollo molto irritato dal fatto avere un ago di plastica nel polso.
All’infermiera non dico nulla. Non condivido nessuno di questi pensieri; neanche le espressioni condivido. Ho scelto, infatti, di mantenere un atteggiamento neutro. Obiettivo, forse, fallito. Devo anzi sembrare un po’ spaventato. O, semplicemente, l’infermiera ha ritenuto ovvio che io, come ogni altro paziente in questa sala, fosse preoccupato, dopo aver autorizzato, per iscritto, la parcellizzazione di Me. È con quella firma che i malati impugnano la lama, stillano da sé il primo sangue, un po’ come si fa con la posa della prima pietra, che inaugura la costruzione di un nuovo palazzo. Qui si celebra lo scisma inaccettabile tra un corpo tagliato e un’anima coinvolta nel dolore.

Nelle pause – piccoli istanti di silenzio – in cui noia e grida prendono fiato, cerco di sbirciare i pazienti tra le incrinature del tempo: noto come le infermiere rispettino i malati generosi: quelli che portano con sé, in regalo, l’esperienza del mondo esterno. Odiano, invece, quelli che si fanno travolgere dalla malattia, per i quali l’ospedale rappresenta l’intero mondo. I pazienti che, dal momento in cui hanno varcato la soglia d’ingresso in ospedale, non esiste più una vita altrove; tutto è cancellato: una damnatio memoriae auto-inflitta che polverizza la vita passata. Quei pazienti portano al guinzaglio la propria carcassa malata: dentro, oltre agli organi degradati, non v’è rimasto nulla. Si rivolgono al personale ospedaliero, da cui sono disprezzati, con occhi languidi. Ma la speranza presto si trasforma in voracità: nell’urgenza di chi chiede di essere salvato prima che sia troppo tardi.

Forse percepiscono il proprio corpo nell’abisso; per cui, finché ancora sono visibili, annaspano, mendicano aiuto. Gli infermieri, che sono avvezzi a queste pratiche di seduzione, attuano con indifferenza. È necessario che sia così, per evitare di essere loro stessi trascinati a fondo, inopportunamente affogati. L’infermiera torna per controllare se l’ago è in posizione. La lascio fare, ma tengo gli occhi socchiusi e il volto rivolto dall’altro lato, per non vedere il sangue che tinge a chiazze il camicie dell’infermiera.

È ancora lei: il medesimo donnone della prima volta; una lady di piombo dai movimenti rallentati.

– Tu non mi tiri sotto, sembra dire. E io, compiacente, sorrido. Lei pare tranquillizzata dal mio atteggiamento di falsa cooperazione. E io cerco di convincermi che avere un ago di plastica nel braccio sia una buona cosa.