Ginepro | Níbaru …

Nel punto più oscuro del bosco, protetto da spine acuminate e quasi nascosto da un fogliame umido, ha trovato casa un ramo di ginepro. Da venticinque anni beve con lentezza antica, e si estende al medesimo, imperturbabile, passo paziente. Poco distante, convivono in armonia lo scoiattolo impertinente e curioso, e questo serpente di legno, che ha tanta parsimonia di sé. Quando le stagioni lo avvolgono, egli vi si aggrappa. Allora, gli sembra di alzarsi in cielo con l’impetuosità dell’estate, e di precipitare al suolo con la rapace picchiata – solo in apparenza senza controllo – dell’inverno. Eppure, sotto il gelo dei monti, tutto è quiete, ed è ancora Pietà che conserva la vita.

  • Pietà – chiese Ginepro una mattina di sole – siamo forse tornati in primavera?
  • Così sembra, amico mio – rispose Pietà, stupita però dalla domanda di questo magico eremita, taciturno e ombroso.

A lungo, i due si osservarono, studiandosi bonariamente. Pietà mostrava un pudico sorriso; Ginepro rispondeva con un’educata impassibilità. Poi, il bosco ripiombò nel silenzio di parole che non osavano essere pronunciare.

E, come accade a primavera, il canto melodioso della natura iniziò ad aprirsi, e a soffiare come un mantice: ogni soffio sospingeva e aiutava Inverno nel suo cammino, mentre Sole alleggeriva il fardello gravoso di ghiacci, che il vecchio portava con sé.

Il bosco, così pregno di acqua e aromi, si faceva battito d’ali negli uccelli, danza nelle fronde neonate degli alberi, e spiccava in riflessi argentini nell’alveo un ruscello, al fondo di una ripa poco scoscesa.

Fu verso il termine della primavera, che Ginepro mostrò i primi segni di malattia. Poi, il male divampò e attaversò le spire nodose come un incendio. Pietà gli si fece vicino, per rincuorare l’amico solitario e accompagnarlo negli ultimi mesi di vita.

Non dispero di poterti aiutare – ripeteva, quando ricnoosceva lo sconforto nelle sue spine pietrificate – ma il volto triste di Pietà rivelava la fine imminente. Poco a poco, i rami nodosi di Ginepro si trasformavano in incomprensibili percorsi. Che fine indegna, per questi rami così fatiscosamente attorcigliati, che si trasformavano da eroici combattenti, quali per lungo tempo erano stati contro le angherie del mondo, e a difesa di un carattere aggrappato all’estremo lembo della vita, in sgraziati scherzi della natura. Non c’è dignità nel morire – pensò Pietà – e Ginepro spirò.

Al tepore secco dell’estate, di fronte a un paesaggio composto di formelle d’acqua, protetto colline, c’è un grande prato verde. Sparuti alberi, chinati alla sovranità delle Muse, ne sono gli aedi. Poco distante da questo prato, in tempi ormai remoti, qualche albero ebbe l’ardire di fondare un villaggio.

Ancora oggi, lungo le sinuosità della collina, si addensano gli abitanti di questa comunità secolare. Nel punto più oscuro del bosco, sepolto da giovane terra e pietre sgretolate, protetto da rami spezzati e da infinite foglie, riposano le spire nodose di Ginepro, serpente di montagna, eremita dalle spine acuminate.