La cittadella espugnata: un aneddoto

Vorrei raccontarvi una storia. Certo, non è una storia originale: non l’ho inventata io. Come tante narrazioni affonda le proprie radici nella semplicità, che è una caratteristica tipica dell’aneddotica popolare e, probabilmente, di tutta la vera letteratura. La vicenda, raccontata varie volte, si sposta di luogo, di tempo, viene ripetuta, modificata, vissuta. Alla fine diviene reale: perché una cultura l’ha adottata, cucendo il canto di quella voce antica.
L’aneddoto che vi racconto mi affascina perché racchiude una raffinata lezione di vita, attraverso almeno due delle sue chiavi di lettura. La prima concerne l’aspetto politico: il popolo oppresso trova sempre una forma efficace, talvolta perfino caustica, per espugnare l’arroganza dei potenti. La seconda interpretazione è più nascosta e concerne il punto di vista dei protagonisti negativi di questa vicenda: quei maggiorenti bolognesi, arroccati nella cittadella per sfuggire alla giusta ira del popolo.
Avevano scelto, quei potenti, un luogo sicuro, protetto: una fortezza inespugnabile, praticamente un gioiello architettonico, funzionale e pensato per resistere a lunghi periodi di assedio. Fu entro tale cornice, isolata dal tempo, che i fuggiaschi scontarono la propria carcerazione nella bellezza. E fu proprio il dispregio di quest’ultima a far sì che si arrendessero, consegnandosi all’ira popolare. Quando, infatti, la fortezza assistette al degrado del proprio senso di inespugnabilità, l’esposizione a quella miseria rese, per l’uomo, insignificante resistere.

Per quanto si possano comporre opere d’arte sublimi (…) quella grande bellezza sarà sempre il punto più alto, ma anche il più debole, di ogni scoperta, di ogni invenzione, di ogni grandezza umana.

Per quanto si possano comporre opere d’arte sublimi, o costruire edifici che riflettano le ambizioni umane più elevate, o anche scoprire nuove terre, o un farmaco miracoloso; beh, quella grande bellezza sarà sempre il punto più alto, ma anche il più debole, di ogni scoperta, di ogni invenzione, di ogni grandezza umana. Ed è per questo che esisterà sempre la possibilità che qualcuno, in nome della propria impudicizia, scarichi, sopra quella bellezza, un grande carico di merda: annullando, in un istante, tutti gli sforzi lungamente dedicati alla costruzione di quella fragile natura.

L’aneddoto sulla cittadella espugnata venne raccontato da Jacopo Fo ai funerali del padre. A mio avviso include una morale tutto sommato ottimista, legata alla necessità di credere, di insistere, di resistere, indipendentemente da ogni negatività che, in qualsiasi momento, ci può sopraffare e invadere.  Racconta Jacopo Fo:

«Tanti e tanti anni fa, io ero un bambino e mio padre doveva uscire. Doveva andare a recitare a teatro. Mentre era lì, in bagno, e io ero seduto sul bordo della vasca, lui ha iniziato a raccontare una storia: la storia di quando a Bologna, nel Medioevo, c’era una guerra, e venivano mandati a morire decine di migliaia di giovani bolognesi. Davanti a questo massacro, la popolazione insorse: ci fu una rivolta.
Però, i nobili, i maggiorenti della città, si chiusero dentro la Cittadella di Bologna, che era una fortezza impenetrabile, con scorte d’acqua e di cibo per resistere tantissimo tempo.

Il popolo non aveva strumenti per combattere: non aveva torri d’assedio, né catapulte, non aveva niente. E mio padre mi disse: “come può il popolo, senza armi, riuscire a conquistare la cittadella che è strepitosamente difesa?”
Io non avevo nessuna soluzione; mi sembrava impossibile.

E allora lui mi raccontò quello che era successo veramente. Perché a un certo punto qualcuno ebbe l’idea di fare una cosa elementare: coprire di merda la cittadella di Bologna. E la gente iniziò ad arrivare con le carriole, con i carri, a lanciare la merda con tutti gli strumenti possibili e immaginabili. C’era gente che faceva chilometri trattenendola, per arrivare a farla lì. A un certo punto, i nobili si trovarono così coperti di merda, che pensarono non avesse più senso resistere, perché gli faceva schifo tutto… e si arresero.»

Stéfano Pérez Tonella