Bozza in-utile difesa della pedagogia libertaria

Stéfano Pérez Tonella – In-utile difesa di una notte di mezza estate e malinconia.

Talvolta, nonostante i propositi, nonostante l’amore, nonostante la dedizione, nonostante il rispetto, nonostante l’affetto, nonostante la presenza – costante… e nonostante il dolore, tragico, dell’esistenza, dell’adolescenza, della quiescenza (necessaria), dei talenti.

Doti, difetti, idiosincrasie che, sempre, vanno rispettate, percepisco nella traccia dei venti – che, alzandosi, muovono la polvere umida -, i prodromi di una tempesta senz’acqua. La cui origine fa leva, come un gancio nella carne, su situazioni, congiunture, culture. E che attraverso singole, isolate, circostanze si infittisce e si fa più torva: in questa sua pretesa di riscrivere la legge di gravitazione delle sensibilità.

Perché nessun pianeta assomiglia veramente a uno skateboard, lanciato alla libertà di una curva parabolica. Al contrario, è esso stesso parabola, che, dalla vita, trae maturità e deriva le tracce di un cammino gettato nel pozzo, dal quale trae acqua e, in essa, la propria strada nel desiderio.

L’imperatore redento, Gilgamesh, fatto schiavo nella libertà, è soggiogato dalla nuova immagine del popolo insoddisfatto di Enkidu, che ha oggi evocato la maschera anonima, surrogato del pensiero. Eppure, proprio in quest’epoca di diversità fallite, umiliate – del fuoco sacro, nel campo dell’arte, ridotto a fuoco fatuo nel campo santificato dell’amnesia -, la pedagogia rimane una risorsa essenziale. Perché, varcata quella soglia chiamata a circoscrivere i limiti della specie entro ragioni di identità e ambizione, ogni filo d’erba trae, in fondo, il senso dei cieli dalle coordinate dei boschi; dalle città, dalle persone. Le quali si spengono, è vero, in georeferenzialità ignare delle fonti sepolte, delle disseccate umanità dissacrate, svilite, rispetto alle quali le nostalgie non sono che estranee.

Rimango incredulo di fronte a certe rabbie passite: a tormenti che, come benzine intrise di rugiada, si incendiano stancamente, con l’animo prodigo di oscurità. Reciprocamente, sono colpito e sorpreso nel riconoscere la volontà in-corrotta di un fochista che non alimenti più la fornace, restando in attesa, irretito da quella fantasia aurorale che, per fortuna o per destino – umano, nelle disumane rotte dell’esistenza – ancora trascina.