A proposito di Giulio Trasanna

Il valore dell’incompiuto

di Stéfano Pérez Tonella

Giulio Trasanna nasce nel 1905 a Wattwill (Svizzera), ma cresce a Udine e si forma nell’alveo della cultura friulana di primo Novecento. Appassionato di sport, si dedica professionalmente, con certo successo al pugilato. A Milano è poi collaboratore de Il Giorno. Nel capoluogo lombardo, sua città di adozione, conduce il resto della vita, fino alla morte, nel 1962. Della sua opera, incompiuta quasi per vocazione, rimane veramente poco: qualche traccia, alcuni frammenti…

La letteratura ha molti pregi: uno fra questi consiste nella capacità di raccontare qualcosa di noi stessi e della società che ci circonda. Di narrare al tempo presente una storia che, in effetti, appartiene al tempo dell’Uomo, indipendentemente da che sia stata scritta all’epoca di Eschilo, di Seneca o ai giorni nostri. Capita così che, in questo presente circostanziale e rarefatto, si abbia come l’impressione, guardando a Giulio Trasanna, che non si tratti di un autore contemporaneo, quanto piuttosto di un antico scrittore, il cui cammino si è perduto e va rintracciato in cerca di una sorta di arché, immateriale, atemporale.

Giulio Trasanna, in questo senso, è davvero un antico: nell’espressione, nel desiderio, nella cifra di quella incertezza lacerante che sempre lo ha accompagnato. Scrisse di lui Franco Loi1)curatore, per Mondadori, di Una camera di legno dolce: «la fine l’ha colto senza compiere: lo stesso senso di precarietà e di non-finito che è stata la sua vita, il romanzo, la sua poesia, il teatro che non è mai riuscito a portare in scena».

Penso davvero che questo autore meriti di essere riscoperto: in primis, ovviamente, per la qualità intrinseca del suo incompiuto e per ciò che esso rappresenta, proprio nel senso di “non finito”, di fronte allo sguardo vitreo di quest’epoca: tempo di scritti passeggeri, di opere terminate nel cliché, narrate con disamore.

E anche, purtroppo, di opere stilate, o staffilate, con l’efficacia asettica di un prodotto funzionale e ben confezionato, come fosse uscito da una catena di montaggio. Romanzi che, oltre la membrana di un divertimento cieco, mostrano una rinuncia profonda, non percepita dal lettore.

Svanisce, con essi, il senso e il profondo valore che molta buona letteratura porta con sé: nelle indecisioni, nelle crisi irresolubili, nelle contraddizioni. Sentimenti che nel romanzo novecentesco hanno assunto la forma del dubbio esistenziale, dell’incertezza inalienabile, irrisolta per natura, atavica. Tanto da far pensare che il tema dell’individuo, descritto attraverso la sua instabilità, fosse, in qualche modo, un’acquisizione assoluta, definitiva, per la storia della letteratura.

Invece, l’individuo dubbioso, senza qualità, del Novecento, è stato rifiutato dalla nuova inflessibilità del pensiero unico, ricacciato nella coerenza. Non, tuttavia, quella anteriore, fondata su certezze incrollabili (che fossero quelle di Zola o di Balzac) bensì nella nuova dimensione unica figurata da Marcuse; o peggio: nel provvisorio del prodotto di consumo, nell’oscurità inaccessibile di passioni ormai perdute, in quanto vittime di un desiderio rinunciato.

È certo sconfortante osservare come in ogni epoca e, significativamente, in questo Occidente letterario il cui tempo va accorciandosi nel proliferare di opere senza aspettative, il lettore venga spesso invitato a emozionarsi in virtù di invettive incredibili, di emozioni tagliate con l’accetta, e fondamentalmente gli si chieda di condividere una sorpresa senza meraviglia, di farsi condurre per mano nel labirinto psicotropo dell’anestesia estetica, fino a trovarsi relegato nello spleen delle tane. Luogo in cui non potrà fare altro che moderare la passione, cullandola nel rifugio mesto, miserabile ma, in fondo, tranquillizzante, di una scrittura ancillare: subordinata al volere di una distopia travestita da tendenza o adornata a festa con i topoi di una letteratura di servizio, che nulla sa delle rinunce vertiginose. E che ignora il coraggio dell’irrealizzato, dell’incoerenza che va delineandosi sul crinale della grandezza: nel cammino di autori come Henry Miller, Musil, Benjamin, Rimbaud, Faulkner, e tanti altri, che hanno sfidato l’ineffabile con la passione vera e profonda di un cammino condotto fino allo sfinimento. E che, attraverso la scrittura, hanno accantonato le certezze preconfezionate, le reti di sicurezza, le falsificazioni, i cliché.

Giulio Trasanna appartiene anche in virtù di questo a un’epoca antica: la sua scrittura trae nutrimento dal brodo primordiale di una modernità assoluta: eccede il contesto del Novecento in cui ha preso forma e, come ogni grande autore, descrive l’essere umano attraverso il destino proprio di un individuo. Il quale, con semplicità, narra ciò che ha visto: le tracce preziose dell’Uomo. Quelle che, come scrisse Antonio Machado, si inscrivono nella necessità di un cammino ancora da scoprire; affidandosi, poi, all’incertezza di un mare senza memoria.

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«Passages»

I. C. Magris

«Intorno al telescopio di Grizzo, Giulio Trasanna raccoglieva dei giovani, affascinati dalla sua personalità. Friulano di elezione che si era riconosciuto nella patria senza patria degli emigranti, Trasanna è un forte scrittore; la sua prosa ossuta e rapida coglie in concise pennellate l’effimero trasecolare della vita, la tragedia della guerra e la pena d’una [51] generazione o di una sera. Assomiglia al suo Friuli adottivo, al suo destino di passare, inosservato, al margine della storia.
La sua leggenda è viva nella memoria degli scrittori e degli artisti che l’hanno conosciuto, ma i suoi frammenti, sprazzi ed epifanie non presentano quei vistosi e facili appigli cui la società letteraria ha bisogno di afferrarsi per sancire la gloria du un nome; egli non ha scritto nessun libro che s’imponga, come uno slogan fortunato, alla fama. A quest’ultima non interessa tanto il valore di una pagina, quanto la sua attitudine a diventare oggetto di consumo intellettuale, formula facilmente orecchiabile.

Esiste un’Italia di provincia, aliena da livori di campanile e piena di vita e d’intelligenza spesso più dei cosiddetti grandi centri, che si credono cinema di prima visione e sono talora vecchi teatri di posa in fase di smobilitazione.»

Da: Claudio Magris, Microcosmi, Milano, Garzanti/RCS Quotidiani, 2003, pp. 50-51. 

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II. M. Turello

«La condanna della guerra e della violenza, la denuncia della corresponsabilità collettiva, attiva o passiva, la smentita delle ragioni di bandiera o d’idee sono aspetti della grande passione umanistica di Trasanna che, come osserva Mario De Micheli, lo mantenne indivisibile dal popolo, refrattario alle soluzioni di comodo, “quella a esempio dell’intellettuale integrato con finzioni libertarie”.

Tra le poesie, ve n’è una, Ex-lege, scritta tra il 1944 e il 1948, che, pubblicata postuma nella raccolta Pamphlet, ben può compendiare le sue scelte (“soluzioni di scomodo”, le definisce De Micheli) e il prezzo pagato. La cito (…):

Per tre giorni il fumo occupò la collina;
quando mi legarono alla quercia
il fuoco arrostiva
il mio sangue e vertebre come pane,
ma quando vennero per sputare
sul carbon dolce com’ero ridotto
io sgorgavo ancora dagli occhi
un respiro nero
e agli illuminati della patria
e della croce
dissi tutta l’impostura;
per questo di me e della quercia
fecero una torcia sola,
per questo, vi giuro,
non mi diedero sepoltura.

Da: Mario Turello, “Trasanna, pugile e scrittore disperato”, Il Messaggero Veneto, 12 novembre 2006. [link] – Ultimo accesso: 03 aprile 2018.

Note   [ + ]

1. curatore, per Mondadori, di Una camera di legno dolce