Joaquín Sabina, Quien más, quien menos

Quien más... quien menos

La possibilità di avvicinarsi alla letteratura spagnola per mano e voce di Joaquín Sabina è quantomeno discutibile. La storia della letteratura oppone muri – anzi, meglio, murales meravigliosi e variopinti – a questi tentativi di popolarizzazione della tradizione letteraria. Le canzonette sono, rimangono e, probabilmente, devono rimanere tali.
Detto questo, può comunque capitare che certe parole, anche espresse in musica, da un autore senza pretese di "nobiltà", riflettano le irrequietudini di una generazione. Ed è quanto si può dire che capiti nelle canzoni di Sabina; aspetto sicuramente accentuato e impreziosito dalla linea musicale.

Certo, perché le parole di una canzone possano considerarsi significative anche da un punto di vista letterario, è necessario che sopravvivano all’assenza della musica che le accompagna. Senza tale vestito, “Quien más, quien menos” non sarebbe una grande opera. Del resto, non lo sarebbero neanche la maggior parte delle canzoni di Bob Dylan, al quale – a mio avviso immeritatamente – è pur stato riconosciuto il premio Nobel per la letteratura. Splendido cantautore ma… se guardiamo le ragioni espresse dall'Accademia svedese possiamo riconoscere come queste evidenzino aspetti legati alla musica, fra cui quello di «avere creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione musicale americana», sostanzialmente estranei al mondo letterario.

Il fatto che, a mio avviso, Dylan non meritasse il Nobel, non implica comunque che i suoi testi siano del tutto privi di valore dal punto di vista dei personaggi o delle vicende narrate. Qualcosa di analogo si può dire rispetto alla canzone d’autore in genere. Chi più chi meno, ogni cantautore è in primis un cantastorie e, come tale, è anche legato alla tradizione dei vecchi aedi: quelli che andavano per la Grecia cantando le gesta di grandi personaggi. E come tale si riavvicina, a millenni e culture di distanza, a quella soglia che divise musica e letteratura: gesto che, tuttavia, non può colmare le incompatibilità acquisite, anche grazie a quella complessità di cui ciascuna arte ha dovuto farsi carico, la quale rappresenta non soltanto un limite, ma una parte della propria ricchezza espressiva.

Nel caso di Quien más quien menos, i vuoti del testo sono anche riempiti dalla voce roca e piena di sfumature di Sabina – che già tempo fa, detto per inciso, in una registrazione radiofonica, aveva dignificato un testo abbastanza scialbo di Pablo Neruda. Nell’insieme, questa canzone restituisce un’immagine un po' tagliata con l’accetta, ma intensa dal punto di vista emotivo, delle inquietudini che molti identificano come parte ruvida e inalienabile della società contemporanea.

A Sabina, del resto, non si può chiedere eccessiva profondità; come, ben inteso, non la si può chiedere a J. Kerouac, H. Miller... un po' di intuizioni sparse qua e là sono sufficienti a motivare l'ascolto e arricchire l'interpretazione.

Tutto questo, però, ha anche qualche significato dal punto di vista della letteratura spagnola?

Forse non in modo diretto: la coincidenza del codice testuale non è, a mio avviso, significativa. Lo sono, però, le tematiche e le irrequietudini che, per altre vie, esprimono molti scrittori della Spagna contemporanea - penso a Mendoza, Zuñiga, Caparrós, Marías e tanti altri - con questa loro necessità, espressa di continuo, di intensificare il presente, vivificandone i colori al limite dell'iperrealismo. Un'altra coincidenza risiede senza dubbio nella capacità, tipica del cantautore andaluso, di puntare la lente sul minuscolo, sulla scoperta o semplicemente l'osservazione autobiografica, per restituire al lettore/ascoltatore il senso di un profondo, oscuro, inevitabile, smarrimento.

Stéfano Pérez Tonella, 27 11 2017

Quien más, quien menos

Letra de Joaquín Sabina; música de Joaquín Sabina y Leiva
Disco: Lo niego todo


Joaquín Sabina

Quien más, quien menos
tiró una vez la casa por la ventana,
se tatuó en las sienes una diana
probó un veneno.

Quien más, quien menos
se ha tomado a sí mismo como rehén
y tiene una conciencia todoterreno
del mal y el bien.

Pero yo fui más lejos,
metí un palo en la rueda de la fortuna
bajé al sótano en busca de un mal consejo,
usé tus puñaladas como vacuna.

Ni un paso atrás,
mi espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pié en el tango y otro en el ojalá

Quien más, quien menos
pagó caras quinientas noches baratas
y cambió a la familia por dos mulatas
de culo obsceno.

Quien más, quien menos
se agarró a un clavo ardiendo por no caer
acribillado a besos como un John Lennon
de Lavapiés.*

Pero yo fui más lejos,
le adiviné las cartas al adivino
aposté contra mí por no hacerme viejo
en la ruleta rusa de los casinos.

Ni un paso atrás,
mi espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pie en la rumba y otro en el nunca más.

Pero yo fui más lejos,
me dio por confundir el cuándo y el dónde
me disfracé de sabio frente al espejo
busqué dentro del alma lo que se esconde.

Ni un paso atrás,
la espada de Damocles era afilada,
cortaba en dos mitades la madrugada,
un pié en el mambo y otro en el más allá.

________________________________________

* Lavapiés es un antiguo barrio del centro de Madrid.