La pietà della vergogna e un sincero invito a fare politica in classe

Quando penso agli attuali ministri e, in generale, al governo di questo scalcagnato paese, mi risento perfino per quel residuo eco di appartenenza che ancora provo nei confronti del paese in cui sono nato. E ritengo che qualsiasi buon cittadino e ogni individuo che, anche solo per caso, in qualità di turista o di migrante, transiti per queste terre, sia tenuto, per conto loro, a vergognarsi. Purtroppo, a differenza di altre persone, non sono propenso al perdono; e, per questo, non tollero la Repubblica dei Pagliacci così governata: da una masnada di scimmie facenti capo -e coda- al Movimento Cinque Stelle e sorretta da un sorprendente numero di efferati imbecilli, che in gergo comune amano associarsi alla «lega» (più o meno come le mosche allo sterco); una terra di conquista, per quanti vogliano trasformare la civiltà di un paese ricco di cultura nel paesaggio sempre più desolato a cui, ormai, ci stiamo abituando: una sorta di nulla post-atomico, chiuso al resto del mondo, su cui defecano le arpie.

Fortunatamente, in questo universo di poco misericordioso abbandono, un insegnante, Enrico Galiano, ha mostrato, contro l’ennesima esternazione di un ministro (sic!), come «fare politica a scuola» non abbia nulla a che vedere con l’indottrinamento; è, anzi, un atto necessario: l’esercizio, non tanto e non solo del proprio spazio di libertà, ma un compito che ogni insegnante dotato di coscienza e spirito critico assume nei confronti dei ragazzi.

Pubblico, con piacere, la lettera aperta del prof. Galiano.

Stéfano Pérez Tonella

Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini,

ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”. Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.

La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero? Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.

Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica. Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.

Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è. Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.

— Enrico Galiano


L’autore:

Enrico Galiano è insegnante e scrittore. Il suo romanzo di esordio, Cadiamo felici narra dell’amore di una ragazza, Gioia, nei confronti di Lo (ragazzo che, nascosto dal cappuccio della felpa, gioca da solo a freccette). Lei ama collezionare parole intraducibili. I due giovani si innamorano. Poi, però, Lo sparisce e sarà Gioia a dover scoprire perché. Sono ancora adolescenti i tre protagonisti del secondo romanzo, Tutta la vita che vuoi. In gioco c’è, nuovamente, lo sguardo riflessivo, le paure e le speranze che portano i ragazzi a mettersi in gioco, a rischiare qualcosa di vero.