G. Verga, Introduzione a «Storia di una capinera»

La storia di una capinera

Fra le tante tragedie di cui si costella l'impietoso destino dei personaggi di Verga, la «Storia di una capinera» risulta particolarmente ostica. La protagonista, similmente alla Félicité di Flaubert, è un'anima semplice: una persona che soffre una tragedia minore, costante, estenuante. Sofferenza, come un veleno, debilita il fisico progressivamente, fino a farsi letale, al termine di una lunghissima e solitaria agonia.

L'agonia è spesso più grave, incomprensibile, inaccettabile, della morte stessa; è il solco che inevitabilmente viene tracciato in certi destini, e che scava in modo irreparabile, devastando il desiderio e la speranza. Il morire, alla fine, diventa desiderabile. La protagonista della Capinera, circondata da una società ottusa, immersa nell'estrema lentezza della vita, accetta con apatico torpore e remissiva sopportazione i pungoli disarmonici che il Destino innesta in una cultura esanime. Quanto più la protagonista si allontana nello spirito, tanto più i condizionamenti della società divengono asfittici, inaccettabili.
Nella Poetica di Giovanni Verga è abbastanza consueto trovare personaggi che, come in questo caso, sono incapaci di reagire, anche solo interiormente, ai colpi del destino. Anche in questo caso, il titolo del romanzo si deve a una piccola capinera sfortunata, che il Verga ebbe modo di osservare: chiusa in gabbia, "beccava tristemente il suo miglio" e non osava ribellarsi alla sorte che la teneva prigioniera.

Stéfano Pérez Tonella (11 settembre 2017)

Giovanni Verga, Introduzione a «Storia di una capinera»

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia com miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.

Era morta, povera capinera!

Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.

Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.