Camillo Boito, Senso

Senso. Dallo scartafaccio segreto della contessa Livia.

Ieri nel mio salotto giallo, mentre l’avvocatino Gino, con la voce rauca della passione lungamente repressa, mi susurrava nell’orecchio: — Contessa, abbia compassione di me: mi cacci via, ordini ai servi di non lasciarmi più entrare; ma, in nome di Dio, mi tolga da una incertezza mortale, mi dica se posso o se non posso sperare —; mentre il povero giovane mi si gettava ai piedi, io, ritta, impassibile, mi guardavo nello specchio. Esaminava il mio volto per trovarmi una ruga. La mia fronte, su cui scherzano i riccioletti, è liscia e tersa come quella di una bimba; a’ lati delle mie ampie narici, al di sopra delle mie labbra un po’ grosse e rosse, non si vede una grinza. Non ho mai scoperto un filo bianco ne’ lunghi capelli, i quali, sciolti, cadono in belle onde lucide, neri più dell’inchiostro, sulle mie spalle candide.

Trentanove anni!… tremo nello scrivere questa orribile cifra.

Diedi un colpetto leggiero con le mie dita affusolate sulla mano calda dell’avvocatino, la quale brancolava verso di me, e m’avviai per uscire; ma, spinta da non so quale sentimento (certo un sentimento lodevole di compassione e di amicizia), voltandomi sulla soglia, bisbigliai, credo, questa parola: — Sperate.

Ho bisogno di mortificare la vanità. Alla inquietudine, che rode la mia anima e che lascia quasi intatto il mio corpo, s’alterna la presunzione della mia bellezza: né trovo altro conforto che questo solo, il mio specchio.

Troverò, spero, un altro conforto nello scrivere i miei casi di sedici anni addietro, ai quali vado ripensando con acre voluttà. Lo scartafaccio, chiuso a tre chiavi nel mio scrigno segreto, non potrà essere visto da occhio umano, e, appena compiuto, lo getterò sul fuoco, disperdendone le ceneri; ma il confidare alla carta i vecchi ricordi deve servire a mitigarne l’acerbità e la tenacia. Mi resta scolpita in mente ogni azione, ogni parola e sopra tutto ogni vergogna di quell’affannoso periodo del mio passato; e tento sempre e ricerco le lacerazioni della piaga non rimarginata; né so bene se ciò ch’io provo sia, in fondo, dolore o solletico.

O che gioia, confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ho letto di santi anacoreti, i quali vivevano in mezzo ai vermi ed alle putrefazioni (quelle, certo, erano lordure), ma credevano di alzarsi tanto più in su quanto più si avvoltolavano nel fango. Così il mio spirito nell’umiliarsi si esalta. Sono altera di sentirmi affatto diversa dalle altre donne: il mio sguardo non teme nessuno spettacolo; c’è nella mia debolezza una forza audace; somiglio alle Romane antiche, a quelle che giravano il pollice verso terra, a quelle di cui tocca il Parini in una ode… non mi rammento bene, ma so che quando la lessi mi sembrava proprio che il poeta alludesse a me.

Se non fosse dall’una parte la febbre delle vive ricordanze, dall’altra lo spavento della vecchiaia, dovrei essere una donna felice. Mio marito, vecchio, acciaccoso, pieno di fiducia in me, mi lascia spendere quanto voglio e fare quel che mi piace; sono una delle prime dame di Trento: corteggiatori non mi mancano, e la cara invidia delle mie buone amiche, invece di scemare, si rinfocola sempre più.

Di venti anni ero, naturalmente, più bella. Non che le fattezze del mio volto sieno mutate, o che il mio corpo sembri meno svelto e flessuoso; ma negli occhi miei c’era una fiamma, che ora pur troppo si va smorzando. Il nero stesso delle pupille mi pare, a guardarlo bene, un poco meno intenso. Dicono che il sommo della filosofia consista nel conoscere se stessi: io mi studio con tanta trepidazione da tanti anni, ora per ora, minuto per minuto, che credo di conoscermi a fondo e di potermi proclamare una filosofessa perfetta.

Direi di avere toccato il colmo della mia bellezza (c’è sempre nel fiorire della donna un periodo breve di suprema espansione) quando avevo di poco varcato i ventidue anni, a Venezia. Era il luglio dell’anno 1865. Maritata da pochi giorni, facevo il viaggio di nozze. Per mio marito, che avrebbe potuto essere mio nonno, sentivo una indifferenza mista di pietà e disprezzo: portava i suoi sessantadue anni e l’ampia pancia con apparente energia; si tingeva i radi capelli e i folti baffi con un unguento puzzolente, il quale lasciava sui guanciali delle larghe macchie giallastre. Del rimanente, buon uomo, pieno, alla sua maniera, di attenzioni per la giovine sposa, inclinato alla crapula, bestemmiatore all’occorrenza, fumatore instancabile, aristocratico burbanzoso, violento verso i timidi e pauroso in faccia ai violenti, raccontatore vivace di storielle lubriche, che ripeteva a ogni tratto, né avaro, né scialacquatore. Si pavoneggiava nel tenermi al suo braccio, ma guardava le donnette facili, che passeggiavano accanto a noi nella piazza di San Marco, con un sorriso d’intelligenza lasciva; ed io da un lato n’avevo gusto, giacché l’avrei cacciato volontieri in braccio di chicchessia pure di liberarmene, dall’altro ne sentivo dispetto.

Lo avevo pigliato spontaneamente, anzi lo avevo proprio voluto io. I miei erano contrarii ad un matrimonio così male assortito; né, bisogna dire la verità, il pover’uomo ardiva di chiedere la mia mano. Ma io mi sentivo stufa della mia qualità di zitella: volevo avere carrozze mie, brillanti, abiti di velluto, un titolo, e sopra tutto, la mia libertà. Ce ne vollero delle occhiate per accendere il cuore nel gran ventre del conte; ma, una volta acceso, non provò pace finché non m’ebbe, né badò alla piccola dote, né pensò all’avvenire. Io, innanzi al prete, risposi un Sì fermo e sonoro. Ero contenta di quello che avevo fatto, ed oggi, dopo tanti anni, non ne sono pentita. In fondo, non mi pareva di dovermene pentire neanche in quei giorni in cui, aperta l’anima quasi d’un tratto, mi sfogavo nel parossismo di una prima passione cieca.

Sino ai ventidue anni passati il mio cuore era rimasto chiuso. Le mie amiche, deboli in faccia alle lusinghe dell’amore sentimentale, m’invidiavano e mi rispettavano: nella mia freddezza, nella mia sdegnosa noncuranza delle parole tenere e delle occhiate languide vedevano una preminenza di raziocinio e di forza. A sedici anni avevo assodata già la mia fama scherzando con l’affetto di un bel giovane del mio paese e disprezzandolo poi, sicché il misero tentò di uccidersi e, guarito, scappò da Trento in Piemonte, e si arruolò volontario, e in una delle battaglie del ’59, non mi ricordo quale, morì. Ero troppo giovane allora per sentirne rimorso; e dall’altra parte i miei genitori e parenti e conoscenti, tutti affezionati al governo dell’Austria, che servivano fedelmente quali militari e impiegati, non avevano trovata altra orazione funebre in onore del povero esaltato se non questa: — Gli sta bene.

A Venezia rinascevo. La mia bellezza sbocciava intiera. Negli occhi degli uomini brillava, quando mi guardavano, un lampo di desiderio; sentivo le fiamme degli sguardi rivolti sulla mia persona anche senza vederli. Persino le donne mi fissavano in volto, poi mi ricercavano giù giù sino ai piedi, ammirando. Sorridevo come un regina, come una dea. Diventavo, nella contentezza della mia vanità, buona, indulgente, famigliare, spensierata, spiritosa: la grandezza del mio trionfo mi faceva quasi apparire modesta.

Mio marito, ch’era stato uno dei rappresentanti della nobiltà tirolese nella dieta di Innsbruck, fu invitato con me ai pranzi ed alle conversazioni del Luogotenente imperiale. Quando entravo nella sala con le braccia nude, con il collo e un poco del seno scoperti, con un abito di velo e trine a lunghissima coda, e un grande fiore di rubini a foglie di smeraldi sul capo, sentivo un fremito correre tutt’intorno. Un rossore di compiacenza mi coloriva il viso; facevo qualche passo lento, solenne e semplice, senza guardare nessuno; e, mentre la padrona di casa mi veniva incontro e m’invitava a sederle accanto, agitavo il ventaglio innanzi alla mia faccia, come per nascondermi pudicamente agli occhi della gente stupita.

Ai freschi, alle serenate non mancavo mai. In piazza di San Marco al caffè Quadri avevo intorno un nuvolo di satelliti: ero il sole di un nuovo sistema planetario: ridevo, scherzavo, canzonavo chi voleva pigliarmi con i sospiri o con i versi, mi mostravo una fortezza inespugnata, ma non mi affaticavo poi troppo, per non iscoraggire nessuno, a sembrare proprio inespugnabile. La mia corte si componeva in massima parte di ufficialetti e d’impiegati tirolesi piuttosto scipiti e assai tronfii, tanto che i più dilettevoli erano i più scapati, quelli che avevano nella scostumatezza acquistato non foss’altro l’audacia petulante delle proprie sciocchezze. Tra questi ne conobbi uno, il quale usciva dal mazzo per due ragioni. Alla dissolutezza sbadata, univa, per quanto i suoi stessi amici affermavano, una così cinica immoralità di principii, che niente gli pareva rispettabile in questo mondo, salvo il codice penale e il regolamento militare. Oltre a ciò era veramente bellissimo e straordinariamente vigoroso: un misto di Adone e di Alcide. Bianco e roseo, con i capelli biondi ricciuti, il mento privo di barba, le orecchie tanto minute che sembravano quelle di una fanciulla, gli occhi grandi e inquieti di colore celeste: in tutto il volto una espressione ora dolce, ora violenta, ma di una violenza o dolcezza mitigata dai segni di un’ironia continua, quasi crudele. La testa piantata superbamente sul collo robusto; le spalle non erano quadre e massiccie, ma scendevano giù con grazia; il corpo muscoloso, stretto nella divisa bianca dell’ufficiale austriaco, s’indovinava tutto, e rammentava le statue romane dei gladiatori.

Questo tenente di linea, il quale aveva solo ventiquattro anni, due più di me, era riuscito a divorarsi la ricca sostanza paterna, e continuando sempre a giuocare, a pagar donne, a scialarla da signore, nessuno oramai sapeva come vivesse; ma nessuno lo vinceva nel nuoto, nella ginnastica, nella forza del braccio. Non aveva mai avuto occasione di trovarsi in guerra; non amava i duelli, anzi due ufficialetti mi raccontarono una sera, che, piuttosto che battersi, aveva più volte ingoiato atrocissimi insulti. Forte, bello, perverso, vile, mi piacque. Non glielo lasciavo intendere, perché mi compiacevo nell’irritare e tormentare quell’Ercole.

Venezia, che non avevo mai vista e che avevo tanto desiderato di vedere, mi parlava più ai sensi che all’anima; i suoi monumenti, dei quali non conoscevo la storia e non intendevo la bellezza, m’importavano meno dell’acqua verde, del cielo stellato, della luna d’argento, dei tramonti d’oro, e sopra tutto della gondola nera, in cui, sdraiata, mi lasciavo andare ai più voluttuosi capricci della immaginazione. Nei calori gravi del luglio, dopo una giornata di fuoco, il ventolino fresco mi accarezzava la fronte andando in barca tra la Piazzetta e l’isola di Sant’Elena o, più lontano, verso Santa Elisabetta e San Nicolò del Lido: quello zeffiro, impregnato dell’acre profumo salso, rianimandomi le membra e lo spirito, pareva che bisbigliasse nelle mie orecchie i misteri fervidi dell’amor vero. Cacciavo nell’acqua sino al gomito il braccio nudo, bagnando il merletto che ornava la corta manica; e guardavo poi cadere una ad una dalle mie unghie le gocciole somiglianti a brillantini purissimi. Una sera tolsi dal dito un anello, dono di mio marito, dove splendeva un grosso diamante, e lo gettai lontano dalla barca in laguna: mi parve di avere sposato il mare.

La moglie del Luogotenente volle condurmi un giorno a vedere la galleria dell’Accademia di belle arti: non ci capii quasi nulla. Poi con i viaggi, con la conversazione dei pittori (uno, bello come Raffaello Sanzio, voleva ad ogni costo insegnarmi a dipingere) qualche cosa ho imparato; ma allora, benché non sapessi niente, quell’allegrezza di colori, quella sonorità di rossi, di gialli, di verdi e di azzurri e di bianchi, quella musica dipinta con tanto ardore di amor sensuale non mi sembrò un’arte, mi sembrò una faccia della natura veneziana; e le canzoni, che avevo udito cantare dal popolo sboccato, mi tornavano nella memoria innanzi alla dorata Assunta di Tiziano, alla Cena pomposa di Paolo, alle figure carnose, carnali e lucenti del Bonifacio.

Mio marito fumava, russava, diceva male del Piemonte, comperava cosmetici: io avevo bisogno di amare.

Ora ecco in qual modo principiò la mia terribile passione per l’Alcide, per l’Adone in assisa bianca, il quale si chiamava con un nome che non m’andava a’ versi — Remigio. Costumavo tutte le mattine di recarmi al bagno galleggiante di Rima, posto fra il giardinetto del Palazzo Reale e la punta della Dogana. Avevo preso per un’ora, dalle sette alle otto, una Sirena, cioè una delle due vasche per donne, grande quanto bastava per nuotarvi qualche poco, e la mia cameriera veniva a spogliarmi e a vestirmi; ma, siccome nessun altro poteva entrare, così non mi davo la briga di mettermi l’abito da bagno. La vasca, chiusa intorno da pareti di legno e coperta da una tenda cenerognola a larghe zone rosse, aveva il fondo di assi accomodato a tale profondità sott’acqua che alle signore di piccola statura rimanesse fuori la testa. A me restavano fuori le spalle intiere.

Oh la bella acqua smeraldina, ma limpida, sotto alla quale vedevo ondeggiare vagamente le mie forme sino ai piedi sottili! e qualche pesce piccoletto e argentino mi guizzava intorno. Nuotavo quant’era lunga la Sirena; battevo l’acqua con le mani aperte, finché la spuma candida coprisse il verde diafano; mi sdraiavo supina, lasciando che si bagnassero i miei lunghi capelli e tentando di rimanere per un istante a galla, immobile; spruzzavo la cameriera, che fuggiva lontana; ridevo come una bimba. Molte larghe aperture, appena sotto il livello dell’acqua, lasciavano entrare e passare l’acqua liberamente, e le pareti, mal commesse, permettevano, attraverso le fessure, di vedere, applicandovi l’occhio, qualche cosa al di fuori — il campanile rosso di San Giorgio, una linea di laguna, dove fuggivano leste le barche, una fetta sottile del Bagno militare, che galleggiava a piccola distanza della mia Sirena.

Sapevo che tutte le mattine, alle sette, il tenente Remigio vi andava a nuotare. In acqua era un eroe: saltava dall’alto a capo fitto, ripescava una bottiglia sul fondo, usciva dal recinto attraversando di sotto lo spazio dei camerini. Avrei dato non so che cosa per poterlo vedere, tanto m’attraevano l’agilità e la forza.

Una mattina, mentre guardavo sulla mia coscia destra una macchietta livida, forse una contusione leggiera, che deturpava un poco la bianchezza rosea della pelle, udii fuori un romore come di persona, la quale nuotasse rapidamente. L’acqua si agitò, la ondulazione fresca mi fece correre un brivido per le membra, e da uno dei larghi fori tra il suolo e le pareti entrò improvviso nella Sirena un uomo. Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo, e i suoi occhi celesti brillavano, e dai capelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle. Ritto in piedi, mezzo velato dall’acqua ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva che ringraziasse i numi e dicesse: — Finalmente!

Così principiò la nostra relazione; e d’allora in poi lo vidi ogni giorno o al passeggio, o al caffè, o al ristorante, dove mio marito, che aveva preso a volergli bene, lo invitava sovente. Lo vedevo anche in segreto, anzi via via i nostri colloqui misteriosi diventarono a dirittura quotidiani. Spesso si stava insieme una o due ore da solo a sola, mentre il conte dormiva tra la colazione ed il pranzo o andava a gironzare per la città, poi si passavano due o tre ore in compagnia pubblicamente, dandoci di sfuggita qualche stretta di mano. Talvolta egli premeva di soppiatto con il suo piede il mio, e non di rado mi faceva tanto male che diventavo tutta rossa in volto; ma quello stesso dolore mi piaceva. Non ero mai parsa tanto bella alla gente e a me stessa, mai tanto sana e allegra e contenta di me, della vita, di tutto e di tutti. La seggiola di paglia su cui mi adagiavo in Piazza San Marco diventava un trono; credevo che la banda militare, la quale suonava i valzer degli Strauss e le melodie del Meyerbeer innanzi alle Procuratìe vecchie, indirizzasse la sua musica soltanto a me, e mi sembrava che il cielo azzurro e i monumenti antichi godessero della mia contentezza.

Il luogo dei nostri ritrovi non era sempre il medesimo. Alle volte Remigio in una gondola chiusa mi aspettava alla riva sudicia di una lunga calletta buia, che riesciva ad un canale stretto, fiancheggiato di casupole tanto gobbe e storpie da parere crollanti, e alle finestre delle quali pendevano cenci di ogni colore; alle volte, lasciata la prudenza, si entrava in barca da qualche luogo frequentato della città, persino dal Molo innanzi alla Piazzetta. Coperta il viso d’un denso velo nero, andavo da lui in una casa accanto alla caserma di San Sepolcro, incontrando nell’ombra fitta delle scale tortuose ufficiali e soldati, che non mi lasciavano passare senza porgermi un segno della loro galanteria. In quella casa, dove il sole non batteva mai, il tanfo della umidità si univa al puzzo nauseabondo del fumo di tabacco, stagnante nelle camere non ventilate.

***

Questo avvocatino Gino mi secca. Guarda con certi occhi stralunati, che spesso mi fanno ridere, ma qualche volta mi fanno gelare; dice che non può più vivere senza la carità d’una mia parola d’affetto; implora, piange, singhiozza; mi va ripetendo: — Contessa, si ricorda quel giorno in cui lì sull’uscio, voltandosi, mi disse con la voce di un angelo: Sperate? — ed insiste, e torna ad invocare pietà, a singhiozzare ed a piangere. Non ne posso più. Giorni sono gli lasciai la mano: la baciò più volte così forte che mi restarono per un poco delle macchie livide sulla pelle. Insomma, sono stufa. Ieri, persa la pazienza, gli gridai che mi lasciasse in pace, che non si attentasse mai più di rimettere il piede in casa mia, e che se avesse ardito ancora di comparirmi innanzi, l’avrei fatto cacciare dai servi e avrei raccontato ogni cosa al conte. L’avvocatino impallidì per modo che i suoi occhi neri parvero due buchi in una faccia di gesso; s’alzò dal canapè barcollando ed uscì senza guardarmi. Tornerà, tornerà, scommetto. Ma è un gran dire che a commuovermi l’anima non ci sia altro verso che il rammentarmi d’un uomo, nel quale, ad onta della mia furibonda passione, vedevo intiera la bassezza infame.

***

Remigio ogni tanto mi domandava danaro. In principio la pigliava un poco larga: era un debito di giuoco; era un pranzo che doveva offrire ai compagni per non so quale occasione: avrebbe restituito la somma pochi giorni appresso. Finì col chiedere senza pretesti ora cento fiorini, ora dugento; una volta mi chiese mille lire. Io davo, e mi faceva piacere di dare. Avevo dei risparmii miei, poi mio marito largheggiava con me, anzi era lieto quando gli domandavo qualcosa; ma venne un momento in cui gli parve che spendessi troppo. Mi offesi, mi adirai tempestosamente; egli, bonone per solito e pieghevole, tenne duro una giornata intiera.

Quella giornata appunto Remigio aveva bisogno urgente, immediato di dugentocinquanta fiorini: mi accarezzava, mi diceva tante cose belle e con una voce così ardente d’amore, che mi sentii beata di potergli donare uno spillone di brillanti, il quale costava, se mi rammento bene, quaranta napoleoni d’oro.

Il dì seguente Remigio mancò all’appuntamento. Dopo avere passeggiato su e giù per certe callette al di là del Ponte di Rialto una ora buona, sicché la gente mi guardava con curiosità e con malizia, ed i motti scherzosi mi scoppiettavano intorno, alla fine, con le guance infiammate dalla vergogna e gli occhi pieni di lagrime d’ira, disperando oramai d’incontrare l’amante, fantasticando Dio sa che sventure, corsi a casa sua trafelata, quasi fuori di senno. La sua ordinanza, che stava lucidando la sciabola, mi disse come il tenente dal giorno innanzi non si fosse veduto.

— Tutta la notte fuori? — domandai, non avendo capito bene.

Il soldato, zufolando, fece di sì con la testa.

— In nome di Dio, correte, informatevi di lui: gli sarà seguita qualche disgrazia: ferito forse, ucciso!

Il soldato alzò le spalle ghignando.

— Ma, rispondete, dov’è il povero padrone? — e avevo afferrato per le braccia il soldato mentre continuava a ridere, e lo scuotevo forte. Avvicinò il suo mustacchio al mio viso; mi gettai indietro, ma ripetevo: — Per carità, rispondete.

Brontolò finalmente: — A cena con la Gigia, o la Cate, o la Nana, o con tutte e tre in compagnia. Altro che disgrazie!

Compresi allora che il tenente Remigio era la mia vita. Il sangue mi si gelò, caddi quasi priva di sensi sul letto nella camera buia, e s’egli non fosse apparso in quell’istante all’uscio, il cuore in un parossismo di sospetti e di rabbia mi si sarebbe spezzato. Ero gelosa fino alla pazzia; avrei potuto diventare all’occasione gelosa fino al delitto.

Mi piaceva in quell’uomo la stessa viltà. Quando esclamava: — Ti giuro, Livia, non amerò e non abbraccierò mai altra donna che te — io gli credevo; e, mentre egli mi stava innanzi ginocchioni, lo guardavo adorando, come fosse un Dio. Se mi avessero chiesto: — Vuoi che Remigio diventi Leonida? — avrei risposto: — No —. Che cosa mi doveva importare dell’eroe? Anzi la perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de’ suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello.

Due sole volte e per un solo istante l’avrei bramato diverso. Passavamo un giorno lungo una fondamenta che guarda la cinta dell’Arsenale. La mattina era allegra d’un sole abbagliante; alla sinistra spiccavano sull’aria turchina gli alti fumaiuoli a campana capovolta e le cornici candide e i tetti rossi, mentre sulla destra correva il lungo muraglione dei Cantieri, severo e chiuso. Gli occhi abbacinati riposavano in certe ombre cupe, lì dove si affondava un sottoportico o si stringeva una calle; e l’acqua brillava di tutti i verdi, rifletteva tutti i colori, si perdeva qua e là in buchi e striscie di un nero denso. Correvano e saltavano sulla fondamenta, la quale dalla parte del canale non aveva nessun riparo, dieci o dodici monelli, vociando a squarciagola. Ve n’erano di piccini e di grandetti. Uno dei piccoli, quasi nudo, grassotto, con i riccioletti biondi, che gli coronavano la faccia rosea e paffutella, faceva un chiasso da indemoniato, dando scappellotti, pizzicando i compagni e poi scappando via come un fulmine.

Mi fermai a guardare, mentre Remigio mi raccontava le sue grandezze passate. A un tratto quel diavoletto di bimbo, non potendo in una corsa precipitosa fermare il piede al ciglio della fondamenta, volò nel canale. S’udì uno strido ed un tonfo, poi subito intronarono l’aria le grida di tutti quanti i ragazzi e di tutte quante le donne, le quali prima se la discorrevano nella via o guardavano dalla finestra; ma in quel clamore dominava lo strillo acuto, disperato, straziante della giovine madre, che, slanciatasi ai piedi di Remigio, unico uomo presente a quella scena, urlava: — Me lo salvi, per carità, me lo salvi! — Remigio, freddo, ghiacciato, rispose alla donna: — Non so nuotare —. Intanto uno dei fanciulli più grandi s’era buttato in acqua, aveva pigliato per i ricci biondi il piccino e lo aveva tirato a riva. Fu un attimo. Lo stridìo si mutò in applauso frenetico; donne e ragazzi piangevano di gioia; la gente correva da tutte le parti a vedere, e il putto biondo guardava intorno con i suoi occhioni celesti, maravigliato di tanto baccano. Remigio con uno strappo violento mi cavò dalla folla.

L’altra volta che un poco il mio amante mi spiacque fu per questa cagione. S’era fatto udire nel caffè Quadri, ciarlando in tedesco a voce alta con alcuni impiegati tirolesi, a dir male dei Veneziani. Un signore, che stava in un canto, s’alzò di sbalzo, e piantandosi di contro a lui, che era in uniforme, gridò: — Vigliacco d’un militare — e gli buttò in faccia tre o quattro de’ suoi biglietti da visita. Ne nacque un parapiglia. Il dì seguente i padrini dovevano combinare il duello; ma Remigio, avendo notato che il suo avversario era piccolo, mingherlino e gracilissimo, rifiutò la pistola, rifiutò la spada, e, benché la scelta delle armi spettasse allo sfidato, volle ad ogni costo la sciabola, sicuro com’egli era della forza del proprio braccio. Il Veneziano si piegò alla prepotenza; ma, prima del duello, era già in carcere, ed a Remigio veniva trasmesso l’ordine di andare immediatamente ad una nuova destinazione in Croazia.

Quando seppi la cosa mi disperai: senza quell’uomo io non potevo vivere. Tanto feci presso la moglie del Luogotenente, e tanto si adoperò mio marito, sollecitato da me, presso il Governatore ed i Generali, che Remigio ottenne di venire mandato a Trento, dove io ed il conte dovevamo tornare appunto in quei giorni. Tutto fino allora era andato a seconda della mia cieca passione.

***

Da tre mesi non vedo questo mio scartafaccio. Non mi sono attentata di portarlo in viaggio, e mi doleva, confesso, di averlo lasciato a Trento. Riandando nella memoria i casi di tanti anni or sono, il cuore torna a palpitare e sento un’aura calda di gioventù, che mi spira d’intorno. Il manoscritto è rimasto serrato a tripla chiave nel mio scrigno segreto, dietro all’alcova della mia camera; e stava chiuso con cinque suggelli in una grande busta, su cui, prima di partire, avevo scritto a grossi caratteri: “Affido all’onore di mio marito il segreto di queste carte, ch’egli, dopo la mia morte, brucierà senza dissuggellarle”. Me ne andai tranquillissima: ero certa che il conte, anche sospettando, avrebbe religiosamente adempiuto la volontà di sua moglie.

Ho avuto adess’adesso dalla cameriera una notizia, che mi ha disgustata: l’avvocatino Gino prende moglie.

Ecco la costanza degli uomini, ecco la saldezza delle passioni! — Contessa Livia, muoio, mi uccido; la sua immagine sparirà dal mio petto con l’ultima goccia del mio sangue; mi calpesti come uno schiavo, ma mi permetta di adorarla come una Dea —. Frasi da melodramma. Pochi mesi, e tutto svanisce. Amore, furore, giuramenti, lagrime, singhiozzi, non c’è più nulla! Schifosa natura umana. E a vedere quegli occhi neri in quella faccia smorta si sarebbe detto che vi lampeggiasse la sincerità profonda dell’anima appassionata. Come balbettavano le labbra e pulsavano le arterie e tremavano le mani e la persona tutta strisciava umile sotto a’ miei piedi. L’avvocatino scrofoloso e miserabile meritò davvero il calcio che ricevette da me. Bifolco.

E chi sposa? Una scioccherella di diciotto anni, che i suoi parenti non hanno voluto condurre in casa mia, perché la contessa Livia, si sa, è donna troppo galante; una scipita con due mele ingranate per guance, le mani corte, grasse e rosse, i piedi da stalliere, e un’aria impertinentina da santarella, che consola. E l’uomo il quale piglia una tale bamboccia ha osato amarmi e dirmelo! Sento le brace sul viso…

***

Il mio ufficiale di sedici anni addietro, se non era un grand’uomo, era almeno un vero uomo. Mi stringeva alla vita in modo da stritolarmi, e mi mordeva le spalle facendomele sanguinare.

Cominciavano a diffondersi delle vaghe voci di guerra, poi le solite notizie contradditorie e le consuete smentite: armano, non armano, sì, no; intanto un certo movimento insieme febbrile e misterioso si propagava dai militari ai civili, i treni della ferrovia principiavano a ritardare, a portare giù nuovi soldati e cavalli e carriaggi e cannoni, mentre i giornali non ismettevano di negare pur l’ombra dell’armamento. Io, senza badare agli occhi miei, credevo ai giornali, tanto il pensiero di una guerra mi spaventava. Temevo per la vita dell’amante; ma temevo anche più il distacco lungo, inevitabile, che avrebbe dovuto seguire tra noi due. A Remigio, in fatti, l’ultimo dì di marzo fu ordinato di recarsi a Verona. Ottenne, innanzi di partire, due giorni di permesso, che passammo insieme, senza lasciarci mai un minuto, nella misera camera di un’osteria sul laghetto di Cavedine; ed egli mi giurava di venire presto a vedermi, ed io gli giuravo di andare a Verona quando non avesse potuto muoversi di lì. Nel dargli l’ultimo abbraccio gli gettai nella tasca un borsellino con cinquanta marenghi.

Il conte, ritornando dalla campagna, mi trovò, dieci o dodici giorni dopo la partenza di Remigio, smagrita e pallida. Soffrivo in realtà moltissimo. Di quando in quando sentivo delle accensioni alla testa e mi venivano dei capogiri, tanto che tre o quattro volte, barcollando, dovetti appoggiarmi alla parete o ad un mobile per non cadere. I medici, che mio marito, premuroso ed inquieto, volle consultare, ripetevano, stringendosi nelle spalle: — Affare di nervi —; mi raccomandarono di far moto, di mangiare, di dormire e di stare allegra.

Eravamo alla metà dell’aprile ed oramai gli apprestamenti si facevano senza maschera: militari d’ogni sorta ingombravano le vie; marciavano i battaglioni al suono delle bande e dei tamburi; volavano sui loro cavalli gli aiutanti di campo; i vecchi generali, un po’ curvi sulla sella, passavano al trotto seguiti dallo Stato maggiore, baldo, brillante, caracollante. Quei preparativi mi riempivano di paure fantastiche. L’Italia voleva passare a fil di spada tutti quanti gli Austriaci; Garibaldi, con le sue orde di demonii rossi, voleva scannare tutti quelli che gli sarebbero capitati in mano: si presagiva un’ecatombe.

Avevo le furie in corpo: da Verona in sei settimane m’erano capitate quattro lettere sole. La posta si può dire che non esistesse più; bisognava consegnare, pregando e pagando, i fogli a qualcuno che, disposto ad affrontare gli ostacoli e gli interminabili ritardi del viaggio, avesse necessità e ardire di recarsi da un luogo all’altro. Io, non potendo più vivere nelle angoscie, in cui mi teneva notte e giorno il silenzio o volontario o innocente di Remigio, m’ero risoluta di tentare il viaggio; ma come fare senza che mio marito ne sapesse nulla? come fare io donna e sola e giovane e bella in mezzo alla brutalità dei soldati, resi più audaci dalla disciplina allentata e dal pensiero degli stessi pericoli a cui andavano incontro?

Una mattina, all’alba, dopo una eterna notte di smanie, m’ero addormentata, quando a un tratto un romore mi sveglia; apro gli occhi e mi vedo accanto Remigio. Mi parve un sogno.

L’aurora illuminava già di luce lieve e rossastra la camera; scesi con un balzo dal letto per chiudere le tende dell’alcova, e si cominciò sotto voce a discorrere. Ero inquieta; il conte, che dormiva a due stanze d’intervallo, poteva sentire, poteva venire; i domestici potevano avere visto il mio amante entrare furtivamente a quell’ora. Egli mi rassicurò con poche parole impazienti: aveva picchiato, come altre volte, ai vetri della finestra terrena, dove la cameriera dormiva; ella pian piano gli aveva aperto il portone, ed era entrato senza che nessuno sospettasse di nulla. Della cameriera m’importava poco, giacché sapeva ogni cosa; ma il peggio stava nell’uscire: bisognava spicciarsi. Tornai a sbalzare dal letto; andai ad origliare all’uscio della stanza di mio marito: russava.

— Ti fermi a Trento, non è vero?

— Sei matta.

— Qualche giorno almeno?

— È impossibile.

— Uno?

— Parto fra un’ora.

Rimasi accasciata; il mio cuore, pieno un minuto prima di gaie speranze, si riempì d’affanni e di paure.

— E non tentare di trattenermi. In tempo di guerra non si scherza.

— Guerra maledetta!

— Maledetta sì. Dovrà essere terribile, a quanto pare.

— Senti, non potresti fuggire, non potresti nasconderti? Ti aiuterò. Non voglio che la tua vita sia messa in pericolo.

— Fanciullaggini. Mi scoprirebbero, mi piglierebbero, e sarei fucilato per disertore.

— Fucilato!

— Ho bisogno di te.

— La mia vita, tutto.

— No. Duemilacinquecento fiorini.

— Dio, come faccio?

— Vuoi salvarmi?

— Ad ogni costo.

— Senti dunque. Con duemilacinquecento fiorini i due medici dell’ospedale e i due della brigata mi fanno un certificato di malattia, e vengono a visitarmi ogni tanto per confermare presso il Comando una mia infermità qualunque, la quale mi renda inabile affatto al servizio. Non perdo il mio grado, non perdo il mio soldo, scanso ogni pericolo e rimango a casa tranquillo, zoppicando un poco, è vero, per una sciatica maligna o per una lesione all’osso della gamba, ma quieto e beato. Troverò qualche impiegatuzzo con cui giuocare a briscola; berrò, mangierò, farò le lunghe dormite; avrò la noia di stare a casa nel giorno, ma la notte, sempre zoppicando un poco per prudenza, mi potrò sfogare. Ti piace?

— Mi piacerebbe, se tu fossi a Trento. Verrei da te ogni giorno, due volte al giorno. Già quando ti credono malato, stare a Verona o a Trento non è lo stesso?

— No, i regolamenti vogliono che il militare malato stia nella sede del Comando, sotto la continua e coscienziosa vigilanza dei medici. Ma, appena finita la guerra, tornerò qua. La guerra sarà fiera, ma breve.

— Mi amerai sempre, mi sarai sempre fedele, non guarderai nessun’altra donna? Me lo giuri?

— Sì, sì, te lo giuro; ma l’ora passa, e i duemilacinquecento fiorini mi occorrono.

— Subito?

— Sicuro, devo portarli con me.

— Ma nello scrignetto credo di avere appena una cinquantina di napoleoni d’oro. Tengo sempre poco denaro.

— Insomma, trovali.

— Come vuoi ch’io li trovi? Posso chiederli a mio marito a quest’ora, così, con quale pretesto, per darli a chi?

— L’amore si conosce dai sacrifizii. Non mi ami.

— Non ti amo? io che ti darei volentieri tutto il mio sangue.

— Queste sono parole. Se non hai denaro, dammi i gioielli.

Non risposi e mi sentii impallidire. Accortosi della impressione che mi avevano fatto le sue ultime parole, Remigio mi serrò tra le braccia di ferro, e mutato tono, ripeté più volte:

— Sai che ti amo infinitamente, Livia mia, e ti amerò finché avrò un soffio di vita; ma questa vita salvamela, te ne scongiuro, salvala per te, se mi vuoi bene.

Mi prendeva le mani, e le baciava.

Ero già vinta. Andai alla scrivania a prendere le tre piccole chiavi dello scrignetto: temevo di far romore; camminavo in punta di piedi, benché avessi i piedi nudi. Remigio mi accompagnò nel gabinetto dietro l’alcova; serrai l’uscio, perché il conte non potesse udire, ed aperto lo scrigno con qualche difficoltà, tanto ero agitata, ne trassi un fornimento intiero di brillanti, mormorando:

— Ecco, prendi. Costò quasi dodicimila lire. Troverai da venderlo?

Remigio mi tolse di mano l’astuccio; guardò i gioielli e disse:

— Usurai ce n’è dappertutto.

— Sarebbe un peccato il darlo via per poco. Cerca modo di poterlo ricuperare.

Mi piangeva il cuore. Il diadema specialmente mi stava tanto bene.

— E i denari me li dai? — chiese Remigio, — mi farebbero comodo.

Cercai nello scrigno i napoleoni d’oro, che avevo messi in un mucchietto, e, senza contarli, glieli diedi. Mi baciò e, frettolosamente, fece per uscire. Lo trattenni. Con un atto d’impazienza mi respinse, dicendo:

— Se ti preme la mia vita, lasciami andare.

— Fa piano, non senti che gli stivali scricchiolano? E poi, aspetta. Voglio vedere se c’è la cameriera; bisogna ch’ella venga ad accompagnarti.

La cameriera, infatti, attendeva in una stanza vicina.

— Mi scriverai subito?

— Sì.

— Ogni due giorni?

Volevo dare un ultimo bacio all’amante mio, che amavo tanto: era già sparito.

Aperte le invetriate, guardai nella via. Il sole indorava le alte cime dei monti. Innanzi al portone stavano discorrendo fra loro il mozzo di stalla ed il guattero. Alzarono gli occhi e mi videro; poi videro uscire dal palazzo Remigio, che camminava in fretta con le tasche dell’abito rigonfie.

Tornai a letto e piansi tutto il giorno: l’energia della mia natura era fiaccata. Il medico la mattina appresso trovò che bruciavo e che avevo una gran febbre; ordinò il chinino, che non presi: avrei voluto morire. Una settimana intiera dopo la visita di Remigio la cameriera mi portò con la sua solita placidezza una lettera, che, appena vista, le strappai di mano rabbiosamente: avevo indovinato, era di lui, la prima dopo la sua partenza, e mi posi a leggerla con sì furiosa avidità che, giunta alla fine, dovetti ricominciare: non ne avevo capito nulla. Me la ricordo ancora oggi parola per parola, tante volte la lessi e tante volte i casi terribili, che la seguirono, me ne fecero risovvenire:

“Livia adorata,

M’hai salvato la vita. Ho venduto l’astuccio a un Salomone qualunque, per poco, a dire il vero, ma in queste circostanze di trambusti e di spaventi non si poteva esigere di più, duemila fiorini, i quali sono bastati a riempire la vorace pancia dei medici. Prima di dovermi ammalare ho trovato una bella stanza verso l’Adige in via Santo Stefano al numero 147 (scrivimi a questo indirizzo), grande, pulita, con una anticamera tutta per me, da cui si esce direttamente sulla scala; mi sono provvisto di tabacco, di rum, di carte da giuoco e di tutti i volumi di Paolo di Koch e di Alessandro Dumas. Non manco di compagnia piacevole, tutti maschi (non ti agitare), tutti scrocconi, e se non fosse che devo parere zoppo e che di giorno non posso uscire di casa, mi direi l’uomo più felice del mondo. Certo, mi manca una cosa, la tua persona, cara Livia, che adoro e che vorrei avere il dì e la notte fra le mie braccia. Dunque non ti dar pensiero di nulla. Io leggerò le notizie della guerra fumando; e quanti più Italiani e Austriaci se ne andranno all’inferno tanto più ci avrò gusto. Amami sempre come io t’amo; appena la guerra sarà finita e questi cani di dottori, i quali mi costano un occhio della testa, m’avranno lasciato in pace, correrà ad abbracciarti, più ardente che mai,

il tuo REMIGIO

”.

La lettera mi lasciò sconcertata e disgustata, così mi parve volgare; ma poi, nel tornarvi su, a poco a poco mi persuasi che il tono in cui era scritta fosse affettatamente leggiero e gaio, e che l’amante avesse fatto un crudele, ma nobilissimo sforzo nel contenere l’impeto del suo cuore, tanto per non gettare nuova esca nella mia passione, che era già un incendio, e per quietarmi un poco l’animo, ch’egli sapeva terribilmente ansioso. Ristudiai la lettera in ogni frase, in ogni sillaba. Avevo bruciate tutte le altre quasi appena ricevute; serbai questa in un taschino del portamonete, per cavarnela spesso quando ero sola, dopo avere serrato a chiave gli usci della stanza. Tutto mi confermava nella mia credenza benevola: quelle espressioni d’affetto mi apparivano tanto più potenti quanto più erano rapide, e quei periodi grossolani e cinici mi si presentavano alla fantasia sublimi di generoso sacrifizio. Avevo tanto bisogno di credere che la mia smania trovasse una scusa nella smania dell’altro; e la viltà di lui mi riempiva il seno d’entusiasmo, purché io credessi di esserne la cagione. Ma il mio cervello galoppante non si fermava qui. Chi sa, pensavo tra me, chi sa che questa lettera sia tutta un magnanimo inganno! Forse egli è già partito per il campo, forse egli sta di contro al nemico; ma, più curante di me che di lui, non volendo farmi morire negli sbigottimenti e nei terrori, m’addormenta con la menzogna pietosa. Appena un tale pensiero si fece adito nel mio spirito, me ne sentii tutta invasa. Le insonnie, l’avversione al mangiare, i disturbi fisici contribuivano ad una vera esaltazione mentale.

Vivevo quasi nella solitudine. Già la mia società s’era andata via via restringendo, poiché le famiglie nobili trentine, avverse alle opinioni politiche del conte, avevano da un pezzo lasciato con bel garbo lui e me affatto in disparte; i giovani, frementi d’italianismo, ci sfuggivano senza riguardi e ci odiavano; gl’impiegati del paese, non sapendo come la guerra sarebbe andata a finire, per non rischiare di compromettersi né in un modo né in un altro, oramai si astenevano dal mettere piede in casa nostra: vedevamo, in somma, qualche nobile austriacante, spiantato e parassita, qualche alto funzionario tirolese, duro, testardo, puzzolente di birra e di cattivo tabacco. I militari non trovavano più l’agio né la voglia di occuparsi di me. La mia relazione col tenente Remigio, conosciuta da tutti, eccetto che da mio marito, aveva accresciuto il mio isolamento, il quale, del resto, m’era gradito, anzi necessario nello stato d’animo in cui da un po’ di tempo vivevo. Remigio, dopo la lettera famosa, non aveva più scritto. Sognavo per lui de’ pericoli, che mi apparivano tanto più orrendi quanto più erano incerti. Avrei potuto sopportare forse la sicurezza dei rischi d’una battaglia; ma il non sapere se il mio amante andasse alla guerra o no, era un dubbio che mi faceva impazzire. Scrissi a Verona ad un generale che conoscevo, a due colonnelli, poi a qualcuno di quegli ufficialetti, i quali mi avevano tanto corteggiato a Venezia: nessuno rispose. Tempestavo Remigio di lettere; niente.

Intanto le ostilità principiarono: la vita civile era soppressa; la ferrovia, le strade non servivano ad altro che ai carriaggi delle munizioni, delle ambulanze, delle proviande, agli squadroni di cavalleria, che passavano in mezzo a nuvoli di polvere, alle batterie, che facevano tremare le case, ai reggimenti di fanteria, che si svolgevano l’uno dopo l’altro interminabili, sinuosi, striscianti come un verme, il quale volesse abbracciare nelle sue enormi spire tutta quanta la terra.

Una mattina calda, affannosa, il 26 del giugno, capitarono le prime notizie di una battaglia orribile: l’Austria era disfatta, diecimila morti, ventimila feriti, le bandiere perdute, Verona ancora nostra, ma vicina a cedere, come le altre fortezze, all’impeto infernale degli Italiani.

Mio marito era in villa, e doveva starci una settimana. Suonai con furia; la cameriera non veniva; tornai a suonare; si presentò all’uscio il domestico.

— Dormite tutti? maledetti poltroni. Fammi venire subito il cocchiere, ma subito, intendi?

Qualche minuto dopo entrò Giacomo sbigottito, abbottonandosi la livrea.

— Da qui a Verona quante miglia ci sono?

Stette un poco a pensare.

— Dunque? — ripresi stizzita.

Giacomo faceva i suoi conti:

— Da qui a Roveredo circa quattordici; da Roveredo a Verona dovrebbero essere… non saprei… ci si mette con due buoni cavalli dieci ore, poco più, poco meno, senza contare le fermate.

— Ci sei mai stato con i cavalli da Trento a Verona?

— No, signora contessa; andai da Roveredo a Verona.

— Fa lo stesso. Da qui a Roveredo so bene anch’io che occorrono due ore.

— Due ore e mezzo, scusi, signora contessa.

— Dunque due e dieci fanno dodici in tutto.

— Mettiamo tredici, signora contessa, e di buon trotto.

— Quanti cavalli ha preso con sé il padrone?

— La sua solita cavallina morella.

— Ne restano quattro in scuderia.

— Sì, signora padrona: Fanny, Candida, Lampo e lo stallone.

— Potresti attaccarli tutti quattro?

— Insieme?

— Sì, insieme.

Giacomo sorrise con una cert’aria di benevola compassione:

— Scusi, signora contessa, non è possibile. Lo stallone…

— Ebbene, attacca gli altri tre.

— Lampo ha una sciancatura, povero Lampo, non può neanche trascinarsi al passo.

— Attacca dunque come al solito Fanny e Candida, in nome di Dio — gridai, pestando i piedi, e soggiunsi: — Domattina alle quattro.

— Sarà servita, signora padrona; e, scusi, per regolarmi nella biada da portar via, dove si va?

— A Verona.

— A Verona, misericordia! In quanti giorni?

— Dalla mattina alla sera.

— Signora padrona, scusi, ma questo proprio non si può.

— Ed io lo voglio, hai capito? — replicai con accento così imperioso che il pover’uomo trovò appena il coraggio di balbettare:

— Abbia compassione di me. Accopperemo le due cavalle, e il padrone mi caccerà sulla strada.

— La responsabilità è mia. Obbedisci e non pensare ad altro — e gli diedi quattro marenghi. — Ti darò il doppio quando saremo tornati, ad un patto per altro, che tu non dica niente a nessuno.

— Per questo non c’è pericolo; ma gl’ingombri della strada, carri, i cannoni, le prepotenze dei soldati, le seccature dei gendarmi?

— Ci penso io.

Giacomo piegò il capo, rassegnato, ma non persuaso.

— A che ora giungeremo a Verona?

— Quando vorrà il cielo, signora padrona; e sarà un miracolo se ci arriveremo vivi, lei, signora padrona, io e le due povere bestie. Per me poco importa, ma per lei e per le bestie!

— Bene, alle quattro dunque, e silenzio. Se taci avrai quello che ti ho promesso, se parli ti licenzio sui due piedi e senza salario. Hai inteso? Bada che tutti, anche la cameriera, devono credere che andiamo a San Michele, dalla marchesa Giulia.

Giacomo, rannuvolato, s’inchinò ed uscì dalla stanza.

All’alba ero in carrozza, e via. Avevo chiuso le tendine degli sportelli, e guardavo da un angolo ai fantaccini trafelati e polverosi, i quali credendo che nel cocchio stesse un qualche gran personaggio, si schieravano lungo i fossati; alcuni facevano il saluto militare.

Di quando in quando bisognava rallentare la corsa con mio fiero dispetto, o a dirittura fermarsi alcuni minuti per aspettare che i pesanti e cigolanti carri avessero lasciato libero il passo: le cose per altro andavano assai meglio di quello che avesse predetto Giacomo. Una pattuglia di gendarmi a cavallo fermò la carrozza, ma il sergente, vedendo che c’era dentro una signora, si contentò di gridare cavallerescamente: — Buon viaggio —. Più giù di Roveredo, a Pieve, ci si trattenne a rinfrescare un poco; poi a Borghetto, staccate le giumente, che non ne potevano più, passammo tre ore buone, che mi parvero tre anni, rannicchiata com’ero nella carrozza, udendo i lamenti e le bestemmie dei soldati, i quali si lasciavano cascare in terra a squadre per pochi istanti vicino all’osteria, sotto la scarsa ombra degli alberi magri, e mangiavano un tozzo di pagnotta e bevevano un sorso d’acqua. Avrò chiamato dieci volte Giacomo, il quale veniva allo sportello con tanto di grugno, sforzandosi di parere composto, e si toglieva il cappello, e ripeteva: — Signora contessa, ancora dieci minuti —. Si ripigliò, quando Dio volle, il cammino. L’Adige, che costeggiavamo, era quasi asciutto, i campi sembravano arsi, la strada brillava d’un candore abbagliante, non si vedeva una macchia nel cielo azzurro, le pareti della carrozza bruciavano, e in quell’afa grave, in quella densa polvere, io mi sentivo soffocare. La fronte mi gocciolava e battevo i piedi per l’impazienza. Non badai alla Chiusa: ascoltavo lo scoppiettìo della frusta di Giacomo. A Pescantina si tornò a rinfrescare: le buone bestie camminavano a stento, e a giungere a Verona ci volevano ancora dieci lunghe miglia. Il sole era scomparso in un nimbo di fuoco. Sempre carri e soldati, ronde di gendarmi, polvere, e a momenti un frastuono assordante e uno stridore acuto di ferramenta, a momenti un mormorio confuso e pauroso, nel quale si distinguevano gemiti e imprecazioni e le strofe di qualche canzonaccia oscena, cantata da voci strozzate. Fino ad ora eravamo scesi con la corrente degli uomini e dei veicoli, ora ci s’incontrava in qualche vettura d’ambulanza, in qualche compagnia pedestre di militari leggermente feriti, col braccio al collo, una fasciatura alla testa, verdi in volto, curvi, zoppicanti, laceri. E Remigio, Remigio! Gridavo a Giacomo di battere le bestie col manico della frusta. Cominciava a far notte. S’arrivò alle mura di Verona verso le nove; e tanto era il timor panico, tanto il trambusto, che nessuno badò alla carrozza, e si poté giungere all’albergo della Torre di Londra senz’altri intoppi. Non c’era più una camera, non c’era un buco dove poter dormire, né in quell’albergo, né, per quanto mi assicurarono, in nessuna altra locanda della città: tutto era stato requisito per gli ufficiali. I cavalli, morti di stanchezza, vennero legati nel cortile; Giacomo doveva attendere ad essi; io finalmente sbalzai a terra.

Mi feci accompagnare a piedi da un ragazzaccio nella via Santo Stefano al numero >147.

Si dovette camminare più volte su e giù nella strada, guardando all’alto delle porte, innanzi di distinguere nel barlume dei rari fanali il numero della casa. Se Remigio c’era, volevo fargli una improvvisata: le mie membra tremavano tutte d’impazienza e di desiderio, ma poteva essere a letto, poteva stare in compagnia di qualcuno, e, sebbene volessi ad ogni costo vederlo subito, pure mi sembrò di dover mandare il ragazzo avanti in esplorazione. Era furbo e capì al volo: doveva suonare, chiedere del tenente per una faccenda urgentissima, insistere perché gli aprissero, salire, dirgli una fandonia qualunque, per esempio che un signore, del quale s’era scordato il nome e che alloggiava all’albergo della Torre di Londra, bramava, senza ritardo, avere notizie della sua salute. Il fanciullo nel venir fuori aveva da lasciare aperti l’uscio del quartiere e la porta di strada. Io mi nascosi sul fianco della casa, in un chiassuolo tra la via ed il fiume. Il fanciullo suonò. S’udì una voce rabbiosa dall’ultimo piano:

— Chi è?

— Sta qui il tenente Remigio Ruz?

— L’altro campanello, quello di mezzo: alla malora.

Il fanciullo suonò all’altro campanello. Passò un minuto, che mi sembrò interminabile, e nessuno comparve; il ragazzo tornò a suonare; allora dal secondo piano una voce di donna chiese:

— Chi è?

— Sta qui il tenente Remigio Ruz?

— Sì, ma non riceve nessuno.

— Ho bisogno di parlargli.

— Domattina dopo le nove.

— No, questa sera. Hanno paura dei ladri?

Passò un altro minuto e finalmente la porta si aprì.

Remigio c’era! la gioia mi spezzava il cuore: mi si offuscò la vista e, non potendo reggermi sulle gambe, m’appoggiai alla muraglia. Poco dopo il fanciullo tornò: s’era fatto mandare al diavolo, ma aveva potuto lasciare l’uscio e la porta socchiusi. Mi tornarono le forze, diedi qualche moneta all’astuto monello, e, strisciando, entrai nella casa. Avevo previsto che mi sarebbero occorsi i fiammiferi; al pianerottolo del secondo piano v’erano due usci, sopra uno dei quali stava appiccato il biglietto da visita di Remigio; spinsi l’imposta, che cedette, ed entrai senza romore in una stanza quasi buia. Toccavo la cima delle mie speranze, sentivo già le braccia dell’amante mio, per il quale avrei dato senza esitare tutto quello ch’io avevo e la mia vita insieme, schiacciarmi impetuosamente sopra il suo largo torace, sentivo i suoi denti incidere la mia pelle, e pregustavo un mondo inenarrabile di allegrezze furiose.

La consolazione mi fiaccava: dovetti sedermi sopra una seggiola, che stava accanto all’ingresso. Udivo e vedevo come se fossi immersa in un sogno: avevo perso il senso della realtà. Ma qualcuno lì d’appresso rideva rideva: era un riso di donna stridulo, sguaiato, sgangherato, che a poco a poco mi destò. Ascoltai, mi rizzai e, trattenendo il respiro, m’avvicinai ad un uscio spalancato, dal quale si vedeva in una vasta camera illuminata. Io stavo nell’ombra, né mi si poteva scorgere. Oh, perché in quel punto Dio non mi accecò! V’era una tavola, co’ resti d’una cena; v’era, dietro alla tavola, un largo canapè verde su cui Remigio, sdraiato, faceva per gioco il solletico sotto l’ascella ad una ragazza, la quale sghignazzava, si sbellicava, si dimenava, si contorceva tutta, sforzandosi invano di svincolarsi dalle mani dell’uomo, che le dava baci sulle braccia, sul collo, sulla nuca, dove capitava.

Io non mi potevo più muovere; ero inchiodata al mio posto, con gli occhi fissi, le orecchie tese, la gola arsa.

L’uomo, stufo della burla, afferrò alla vita la ragazza, mettendosela a sedere sulle ginocchia. Allora cominciarono i discorsi, interrotti spesso da scherzi e da carezze. Sentivo le parole, il senso mi sfuggiva. A un tratto la donna pronunciò il mio nome.

— Mostrami i ritratti della contessa Livia.

— Li hai visti tante volte.

— Mostrameli, te ne prego.

L’uomo, rimanendo disteso sul canapè, alzò un lembo della tovaglia, aperse il cassetto della tavola e ne cavò delle carte. La ragazza, diventata seria, cercò fra quelle i ritratti e li guardò lungamente, poi:

— È bella la contessa Livia?

— Lo vedi.

— Non mi capisci: voglio sapere se ti par più bella di me.

— Nessuna donna mi può parer più bella di te.

— Vedi, in questa fotografia il vestito da ballo lascia scoperte le braccia intiere e le spalle giù giù — e la fanciulla s’accomodava la camicia, confrontando con il ritratto:

— Guarda, ti sembro più bella?

L’uomo la baciò in mezzo al petto, esclamando:

— Mille volte più bella.

La fanciulla, accanto alla lucerna, fissando negli occhi l’uomo, che sorrideva, pigliò ad uno ad uno i quattro ritratti, e lenta lenta li lacerò ciascuno in quattro pezzi; e lasciava cadere quei brani sulla tavola in mezzo ai tondi e ai bicchieri. L’uomo continuava a sorridere.

— Ma tu, cattivo, le dici pure di volerle bene.

— Sai che glielo dico il meno possibile; ma ho bisogno di lei, e non saremmo qui insieme, cara, se non m’avesse dato il danaro che sai. Quei maledetti medici me l’hanno fatta pagar salata la vita.

— Quanto t’è rimasto?

— Cinquecento fiorini, che sono già in parte sfumati. Bisogna scrivere a Trento alla cassa: ogni parola dolce, un marengo.

— Eppure — disse la donna con gli occhi pieni di lagrime — eppure mi pesa.

L’uomo se la tirò vicina vicina sul canapè verde, mormorando: — Lagrime non ne voglio.

In quel punto il cuore mi si rivoltolò dentro: l’amore era diventato esecrazione. Mi trovai nella strada. Andavo senza sapere dove; mi passavano accanto nella oscurità, urtandomi, gruppi di soldati, barelle, da cui venivano gemiti lunghi o strilli di dolore, qualche cittadino frettoloso, qualche contadino spaurito; nessuno badava a me, che scivolavo lungo i muri delle case ed ero vestita tutta di nero con un fitto velo sul volto. Riescii ad un largo viale piantato di alberi cupi, dove il fiume, corrente alla mia destra, rinfrescava un poco l’aria affannosa. L’acqua si perdeva quasi nelle tenebre; ma non mi venne, neanche per un attimo, la tentazione del suicidio. Era già nato in me, senza ch’io neppure me ne fossi avveduta, un pensiero bieco, ancora indeterminato, ancora annebbiato, il quale m’invadeva adagio adagio l’anima intiera e la mente, il pensiero della vendetta. Avevo offerto tutto a quell’uomo, ero vissuta per lui, senza di lui m’ero sentita morire, con lui ero salita in cielo; ed il suo cuore, i suoi baci egli li dava ad un’altra! La scena a cui avevo assistito, mi si dipingeva tutta dinanzi; vedevo ancora sotto a’ miei occhi quelle lascivie. Infame! Corro per lui, superando ogni ostacolo, sprezzando ogni pericolo, gettando nel fango il mio nome: corro ad aiutarlo, corro a confortarlo, e lo trovo sano, più bello che mai e nelle braccia di una donna! E lui, che mi deve tutto, e la sua ganza, calpestano insieme la mia dignità ed il mio affetto e mi scherniscono e mi vituperano. E sono io che pago le loro orgie; e quella donna bionda si vanta, nuda, di essere più bella di me; e lui, lui (m’era serbato questo supremo obbrobrio) la proclama lui stesso più bella!

Tante emozioni m’avevano affranto: l’ira, che bolliva dentro di me, aveva messo in tutto il mio corpo una febbre ardente, che mi faceva tremare le gambe. Non sapevo dove fossi; non volevo, né potevo farmi accompagnare da un passante fino all’albergo per chiudermi di nuovo nella carrozza; mi posi a sedere sulla sponda del fiume, fissando gli occhi nel cielo nero. Non trovavo requie; rientrai nelle vie della città; impazzivo; cascavo di fatica; da diciotto ore non avevo mangiato. Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega da caffè, e, dopo avere più volte girato innanzi alla vetrina, parendomi che non ci fosse nessuno, andai a pormi nel canto più lontano e scuro, ordinando qualcosa. Nell’angolo opposto, sdraiati sullo stesso sofà rosso, che circondava la sala vasta, bassa, umida e mezza buia, stavano due militari, fumando e sbadigliando.

Poco dopo entrarono due altri ufficiali; un giovinetto, che poteva avere diciannove anni, lungo, smilzo, con i baffetti sottili, ed un uomo sui quaranta, tozzo, pesante, con il muso pavonazzo a bitorzoli ed a bernoccoli, le larghe sopracciglia nere come il carbone e due mustacchi sotto il naso grosso così folti ed irti che parevano setole; aveva in bocca una pipa boema, corta nel cannello, ma enorme nel camino, dalla quale uscivano ampie nubi di fumo, che andavano l’una dopo l’altra ad annerire il soppalco. Il giovinetto andò dritto a salutare gli ufficiali nell’angolo. Sentii che diceva: — Ne ho visti morire quaranta in due ore nella sala delle operazioni sotto i ferri dei chirurghi, i quali buttavano via braccia e gambe come se giuocassero al pallone, e trapanavano e aggiustavano teste…

— Bisognerebbe che aggiustassero quelle dei nostri generali — brontolò il Boemo, ghignando.

Nessuno badava a me.

Entrò, sola, una ragazza, pareva una crestaia, e si pose a sedere a lato dell’ufficialetto magro, chiedendogli ad alta voce:

— Me lo paghi un caffè?

Dopo alcuni discorsi, ai quali non posi attenzione, uno dei militari sdraiati disse alla ragazza, senza muoversi:

— Sai, Costanza, ho visto il tuo tenente Remigio

— Quando? — chiese la femmina.

— Oggi. Sono andato da lui. Era insieme con Giustina. La conosci Giustina?

— Sì, quella biondona, che ha tre denti rimessi.

— Non me ne sono accorto.

— Guardala bene. E come sta Remigio?

— Qualche doloretto alla gamba, che lo fa guaire ogni tanto, e zoppica un poco, ecco tutto. È stata proprio una malattia provvidenziale quella. Gli altri arrischiano la pelle, si logorano nelle fatiche, nei calori d’inferno, nella fame, in tutte le maledizioni di questa guerra, e lui mangia, beve e sta allegro e trova chi lo mantiene.

— Chi vuoi che lo mantenga quel buon mobile?

— Una signora.

— Una vecchia bavosa.

— No, mia cara, una signora bella, giovane e, per giunta, milionaria e contessa e innamorata matta di lui.

— E paga le bellezze del tenente?

— Gli dà del danaro, e molto.

— Povera sciocca!

— Remigio la chiama la sua Messalina. Non me ne ha detto il casato, ma mi ha confidato ch’è di Trento e che ha nome Livia. C’è nessuno qui che sia pratico di Trento?

L’ufficialetto smilzo disse:

— M’informerò io e vi riferirò ogni cosa domani a sera, se saremo a Verona. Contessa Silvia, non è vero?

— Contessa Livia, Livia, ricordatelo bene — gridò l’ufficiale sdraiato.

Costanza riprese:

— Ma Remigio è malato per davvero?

— Oh per questo poi sì. Capisci bene che non la si dà a bere a quattro medici: uno del reggimento di Remigio, un altro scelto dal generale in un altro reggimento e due dell’ospedale militare. Ogni tre giorni vanno a visitarlo; palpano la gamba — e picchiano e tirano e lo fanno strillare. Una volta svenne. Ora sta meglio.

— Finita la guerra, guarita la gamba insistette la Costanza.

— Non lo dite neanche per ischerzo — osservò il secondo ufficiale sdraiato, il quale fino allora non aveva fatto sentir la sua voce. — Sai che per il solo sospetto di un inganno il tenente ed i medici verrebbero fucilati in ventiquattr’ore, l’uno come disertore dal campo di battaglia, gli altri come complici e manutengoli?

— E se la meriterebbero, per Dio — esclamò ruggendo il Boemo senza cavarsi la pipa di bocca.

L’ufficialetto aggiunse:

— Il generale Hauptmann non aspetterebbe neanche ventiquattr’ore.

A queste parole l’idea, che già mi stava in nebbia nel cervello, splendette di vivissima luce; avevo trovato, avevo risoluto.— Il generale Hauptmann! — ripetevo tra me.

Le vampe, che mi salivano al capo, m’obbligarono a togliere del tutto il velo dalla faccia; bruciavo: chiamai perché mi portassero dell’acqua. Gli ufficiali, che allora s’accorsero di me, mi furono tutti attorno. — O la bella donna! — Ha bisogno di qualcosa? — Vuole un bicchierino di Marsala? — Possiamo tenerle compagnia? — Aspetta qualcuno? — Occhi stupendi! — Labbra da baci! — L’ufficialetto magro mi si era cacciato accanto sul sofà: essendo il più giovane voleva mostrarsi il più ardito. Mi svincolai dalle sue mani e cercai di alzarmi per fuggire, ma due altri mi trattenevano; il Boemo sudicio guardava e fumava. Mi rivolsi a lui gridando: — Signore, sono una gentildonna, m’aiuti e mi accompagni a casa, alla Torre di Londra —. Il Boemo si fece largo, dando degli spintoni di qua e di là e mandando quasi con le gambe all’aria l’ufficialetto novello; poi, duro, serio, mettendo in tasca la pipa, m’offerse il braccio.

Uscii con lui. Durante la via, che non era lunga, mi disse poche e rispettose parole. Io gli chiesi chi fosse il generale Hauptmann, dove avesse il suo uffizio e altre notizie, le quali mi premevano per le mie buone ragioni. Seppi come il generale del Comando stesse in Castel San Pietro.

Il portone dell’albergo rimaneva spalancato, benché il tocco dopo mezzanotte fosse suonato da un pezzo: c’era un grande andirivieni di militari e di borghesi. Ringraziai l’ufficiale, che puzzava di maledetto tabacco, e m’accomodai alla meglio sui cuscini della mia carrozza, posta in un angolo del cortile. Stracca morta com’ero, m’assopii tosto; ma mi destò in sussulto il picchiare forte di una mano sullo sportello. La voce rauca e volgare del Boemo ripeteva:

— Sono io, signora contessa, io che vorrei dirle, col debito ossequio, una sola parola.

Abbassai il cristallo, e l’ufficiale mi porse qualcosa: era il mio portamonete, dimenticato sulla tavola della bottega da caffè, mentre stavo per pagare e successe il tafferuglio. Lo avevano trovato e riportato i tre compagni di lui, il quale disse con gravità solenne:

— Non manca né una carta, né un soldo.

— Ma le carte sono state lette? — e pensavo alla lettera di Remigio, l’unica serbata da me e che non avrei voluto per cosa al mondo vedermi uscire di mano.

— No, signora contessa. Sono stati visti i suoi biglietti da visita e il ritratto del tenente Remigio: niente altro, lo dichiaro sul mio onore.

La mattina seguente, prima delle nove, mi feci condurre nella mia carrozza al Comando della fortezza. L’erta mi pareva interminabile: gridavo a Giacomo di frustare i cavalli. Una folla di militari d’ogni colore, di feriti, di popolani, ingombrava il piazzale innanzi al Castello; ma giunsi senza ostacoli all’anticamera degli uffizii, dove un vecchio invalido pigliò il mio biglietto da visita. Dopo qualche minuto ritornò, dicendomi che il generale Hauptmann mi pregava di passare nel suo quartiere privato, e che appena sbrigati certi affari urgentissimi, sarebbe venuto a presentarmi il suo omaggio.

Fui condotta attraverso logge, corridoi e terrazze in una sala, che dominava dalle tre larghe finestre la città intiera. L’Adige, interrotto da’ suoi ponti, si torceva in una S, avente la prima delle sue pancie a’ piedi del monticello su cui sorge Castel San Pietro, e la seconda a’ piedi di un altro bruno castello merlato; e sorgevano dalle case i culmini e le torri delle vecchie basiliche; e in un largo spazio si vedeva l’ovale enorme dell’Arena antica. Il sole mattutino rallegrava l’abitato ed i colli, e dall’una parte indorava le montagne, dall’altra gettava una luce placida sulla interminabile pianura verde, sparsa di villaggi bianchi, di case, di chiese, di campanili.

Entrarono nella sala con fracasso di risa e salti due bimbe, le quali avevano il volto color di rosa e i capelli biondi paglierini. Vedendomi, di primo botto rimasero impacciate, ma poi subito si fecero coraggio e mi vennero accanto. La più grandicella disse:

— Signora, s’accomodi. Vuole che vada a chiamare la mamma?

— No, fanciulla mia, aspetto il tuo babbo.

— Il babbo non l’abbiamo ancora visto stamane. Ha tanto da fare.

— Lo voglio vedere io il babbo — gridò la più piccina. — Gli voglio tanto bene io al babbo.

In quella entrò il generale, e le bimbe gli corsero incontro, gli si avviticchiarono alle gambe, tentavano di saltargli sulle spalle; egli prendeva l’una e l’alzava e le dava un bacio, poi prendeva l’altra; e le due pazzerelle ridevano, e negli occhi del generale spuntavano due lagrime di tenerezza beate. Si volse a me, dicendo:

— Scusi, signora; s’ella ha figliuoli mi compatirà —. Si mise a sedere in faccia a me, e soggiunse: — Conosco di nome il signor conte, e sarei lieto se potessi servire in qualcosa la signora contessa.

Feci un cenno al generale perché allontanasse le bambine, ed egli disse loro con voce piena di dolcezza: — Andate, figliuole mie, andate, dobbiamo parlare con la signora.

Le bambine fecero un passo verso di me come per darmi un bacio; voltai la testa; se ne andarono finalmente un poco mortificate.

— Generale — mormorai — vengo a compiere un dovere di suddita fedele.

— La signora contessa è tedesca?

— No, sono trentina.

— Ah, va bene — esclamò, guardandomi con una cert’aria di stupore e d’impazienza.

— Legga — e gli porsi in atto risoluto la lettera di Remigio, quella che avevo ritrovata nel taschino del portamonete.

Il generale, dopo avere letto:

— Non capisco; la lettera è indirizzata a lei?

— Sì, generale.

— Dunque l’uomo che scrive è il suo amante.

Non risposi. Il generale cavò di tasca un sigaro e lo accese, s’alzò da sedere e si pose a camminare su e giù per la sala; tutt’a un tratto mi si piantò innanzi e, ficcandomi gli occhi in volto, disse:

— Dunque, ho fretta, si sbrighi.

— La lettera è di Remigio Ruz, luogotenente del terzo reggimento granatieri.

— E poi?

— La lettera parla chiaro. S’è fatto credere malato, pagando i quattro medici — e aggiunsi con l’accento rapido dell’odio: — È disertore dal campo di battaglia.

— Ho inteso. Il tenente era l’amante suo e l’ha piantata. Ella si vendica facendolo fucilare, e insieme con lui facendo fucilare i medici. È vero?

— Dei medici non m’importa.

Il generale stette un poco meditabondo con le ciglia aggrottate, poi mi stese la lettera, che gli avevo data:

— Signora, ci pensi: la delazione è un’infamia e l’opera sua è un assassinio.

— Signor generale — esclamai, alzando il viso e guardandolo altera — compia il suo dovere.

La sera, verso le nove, un soldato portò all’albergo della Torre di Londra, dove finalmente mi avevano trovato una camera, un biglietto, che diceva così:

“Domattina alle quattro e mezzo precise verranno fucilati nel secondo cortile di Castel San Pietro il tenente Remigio Ruz ed il medico del suo reggimento. Questo foglio servirà per assistere alla esecuzione. Il sottoscritto chiede scusa alla signora contessa di non poterle offrire anche lo spettacolo della fucilazione degli altri medici, i quali, per ragioni che qui è inutile riferire, vennero rimandati ad un altro Consiglio di guerra.

GENERALE HAUPTMANN”.

Alle tre e mezzo nella notte buia uscivo a piedi dall’albergo, accompagnata da Giacomo. Al basso del colle di Castel San Pietro gli ordinai che mi lasciasse, e cominciai sola a salire la strada erta; avevo caldo, soffocavo; non volevo togliermi il velo dalla faccia, bensì, sciolti i primi bottoni dell’abito, rivoltai i lembi dello scollo al di dentro; quel po’ d’aria sul seno mi faceva respirare meglio.

Le stelle impallidivano, si diffondeva intorno un albore giallastro. Seguii de’ soldati, che girando il fianco del Castello, entrarono in un cortile chiuso dagli alti e cupi muri di cinta. Vi stavano già schierate due squadre di granatieri, immobili. Nessuno badava a me in quel brulichìo silenzioso di militari e in quelle mezze tenebre. Si sentivano le campane suonare giù nella città, dalla quale salivano mille romori confusi. Cigolò una porta bassa del Castello, e ne uscirono due uomini con le mani legate dietro la schiena; l’uno magro, bruno, camminava innanzi ritto, sicuro, con la fronte alta; l’altro, fiancheggiato da due soldati, che lo reggevano con molta fatica alle ascelle, si strascinava singhiozzando.

Non so che cosa seguisse; leggevano, credo; poi udii un gran frastuono, e vidi il giovane bruno cadere, e nello stesso punto mi accorsi che Remigio era nudo fino alla cintura, e quelle braccia, quelle spalle, quel collo, tutte quelle membra, che avevo tanto amato, m’abbagliarono. Mi volò nella fantasia l’immagine del mio amante, quando a Venezia, nella Sirena, pieno di ardore e di gioia, m’aveva stretta per la prima volta fra le sue braccia d’acciaio. Un secondo frastuono mi scosse: sul torace ancora palpitante e bianco più del marmo s’era slanciata una donna bionda, cui schizzavano addosso i zampilli di sangue.

Alla vista di quella femmina turpe si ridestò in me tutto lo sdegno, e con lo sdegno la dignità e la forza. Avevo la coscienza del mio diritto, m’avviai per uscire, tranquilla nell’orgoglio di un difficile dovere compiuto.

Alla soglia del cancello mi sentii strappare il velo dal volto; mi girai e vidi innanzi a me il grugno sporco dell’ufficiale Boemo. Cavò dalla bocca enorme il cannello della sua pipa, e, avvicinando al mio viso il suo mustacchio, mi sputò sulla guancia…

***

L’avevo detto io che l’avvocatino Gino sarebbe tornato. Bastò una riga: Venite, faremo la pace, perché capitasse a precipizio. Ha piantato quella bamboccia della sua sposa una settimana innanzi al giorno destinato pel matrimonio; e va ripetendo ogni tanto, stringendomi quasi con la vigoria del tenente Remigio:

— Livia, sei un angelo!