Atene, museo archeologico

A proposito dell'arte «preistorica»

È interessante notare come talvolta la bellezza di opere realizzate millenni prima che nascesse la nostra iper-tecnologica società, ci lasci stupefatti e meravigliati. D'un tratto ci troviamo coinvolti nello splendore, e ci perdiamo in pensieri circa la quotidianità di uomini come noi, che non conosceremo mai. Depositati nuovamente in quest'epoca, scopriamo, con un certo senso di inquietudine, come quella bellezza sembri vanificare ogni nostro tentativo non solo di creare qualcosa di nuovo, ma perfino di eguagliare ciò che già è stato fatto. Forse sarebbe necessario, anche per noi, tornare ad affondare le mani nella terra. Così... tanto per trarne cibo e forme nuove.

Le opere qui rappresentate si trovano conservate al museo archeologico di Atene, nella sezione dedicata all'arte preistorica (IV - II millennio a.C.), che comprende le collezioni neolitica, cicladica e micenea.

 

Atene, Museo archeologico (2016)

C’è un testo che, a mio avviso, dialoga – chiaramente non sul piano delle manifestazioni di superficie – con queste forme: è «Aceituneros» (Coltivatori di olive) di Miguel Hernández (disponibile QUI in versione originale).

In tema di ritorno a una vita più naturale (che plasma e genera forme) scrive Hernández degli ulivi di Jaen (Andalusia): No los levantó la nada, / ni el dinero, ni el señor, / sino la tierra callada, / el trabajo y el sudor (non li ha sollevati il nulla / né i denari o il signore / ma la terra silente / il lavoro e il sudore).  La ricerca di una terra fertile, generatrice di vita estetica, oltre che di spiritualità e alimento per il proprio ciclo, porta quasi inevitabilmente a domande esistenziali, e a trovare, dentro quelle questioni, luoghi e figure sacre della terra. Nelle Ande peruviane, il fiume Urubamba possiede una sacralità nota agli Incas, tuttora rispettata dalla gente. Nell’Europa baciata dal Mediterraneo, la figura che più lega i popoli penso che sia proprio quella dell’ulivo.

L’olio d’oliva – Omero definiva «oro liquido», Ippocrate «il grande guaritore» – sancisce il dialogo antico con la terra, facendosi occasione per un nuovo dialogo. Cosicché oggi – non 2000 anni fa – ho visto in Grecia versare dell’olio di oliva in un piatto, fin quasi all’orlo, e metterlo al centro di una tavola disadorna, perché alcuni uomini vi intingessero del pane e un po’ di sale, narrandosi aneddoti sulla vita e l’eternità. Alcuni anni or sono, vidi compiere lo stesso gesto semplice a un uomo corpulento, con la pelle bruciata dal sole, poco lontano da Malaga.

Da quanti anni esiste la bellezza di gesti legati alla terra? La seconda domanda è impertinente, provocatoria: quando la terra ha smesso di generare forme vive? Per dire il vero, la domanda esatta sarebbe (e non è meno provocatoria): quando abbiamo smesso di riconoscere la vita nelle forme che la terra crea? Dalla distanza che abbiamo acquisito dando forma alla società attuale, il cammino di un ritorno vero non può che procedere verso la luce ed essere circondato dalla morte. Si inizia, così, dalla fine: attraverso la nostalgia del ritorno.