Virginia Woolf, Come si legge un libro?

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Prima di tutto, vorrei far notare il punto interrogativo alla fine del titolo. Anche se riuscissi a trovare una risposta, si applicherebbe solo a me e non a voi. Anzi, l’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni. Se siamo d’accordo su questo, allora mi sento libera di esporre alcune idee e suggerimenti perché voi non permetterete loro d’incatenare la vostra indipendenza, la qualità più importante che un lettore possa avere.

Dopotutto, quali leggi si possono dare sui libri? La battaglia di Waterloo è certamente stata combattuta in un giorno preciso.

Ma Amleto è migliore di Re Lear? Nessuno può dirlo. Ognuno deve risolvere la questione da solo. Ammettere autorità nelle nostre biblioteche, con tutte le loro toghe ed ermellini, e lasciare che ci dicano come leggere, cosa leggere e che valore dare a ciò che leggiamo vuol dire distruggere lo spirito di libertà che è il soffio vitale di quei luoghi sacri. In qualsiasi altro posto potremmo essere costretti da leggi e convenzioni – lì non ne abbiamo.

Ma per godere dell’emancipazione, se mi passate la banalità, dobbiamo per forza controllarci.

Non dobbiamo dilapidare le forze in modo disperato e rozzo, allagando la casa per dare l’acqua a un cespuglio di rose. Dobbiamo allenarle in modo preciso e potente proprio su questo punto. Ed è forse una delle prime difficoltà che incontriamo in una biblioteca. Qual è «proprio questo punto»? Potrebbe sembrare nient’altro che un’accozzaglia, un conglomerato di confusione.

Poesie e romanzi, storie e memorie, dizionari e atti parlamentari. Libri scritti in tutte le lingue da uomini e donne di ogni temperamento, razza ed età che si spintonano l’un l’altro sugli scaffali. E fuori l’asino raglia, le donne chiacchierano alla fontana, i puledri galoppano nei campi. Da dove cominciamo? Come possiamo mettere ordine in questo caos molteplice e ricavare così il piacere più grande e profondo dalla lettura?

È abbastanza semplice dire che siccome i libri sono divisi in generi – narrativa, biografia, poesia – dovremmo prenderle separatamente e domandare a ognuno solo quello che è in grado di darci. Pochi però fanno questo. Spesso e volentieri ci accostiamo ai testi con opinioni confuse e divergenti, chiedendo alla narrativa di finzione che sia vera, alla poesia che sia falsa, alla biografia che sia lusinghiera, alla storia che confermi i pregiudizi che abbiamo già. Se potessimo bandire tutti questi preconcetti quando leggiamo, sarebbe già un inizio ammirevole. Non dettate al vostro autore. Cercate di diventare lui. Siate il suo aiutante e complice. Se vi ritraete e avete delle riserve e criticate sin dall’inizio, v’impedite di cogliere il valore più pieno di quanto leggete. Se aprite invece il più possibile la vostra mente, allora sin dalle pieghe e dalle volute delle prime frasi i segni e gli indizi di una quasi impercettibile finezza vi porteranno al cospetto di un essere umano diverso da tutti gli altri. Immergetevi in questo, fatene la conoscenza, e presto scoprirete che il vostro autore vi sta dando, o sta cercando di darvi, qualcosa di molto più definito.

I trentadue capitoli di un romanzo – se cominciamo considerando come si legge questa forma narrativa – rappresentano il tentativo di costruire qualcosa di preciso e controllato come un edificio, solo che le parole sono più impalpabili dei mattoni. Leggere è un processo molto più lungo e complicato del vedere. Forse il modo più veloce di comprendere gli elementi che usa il narratore non è leggere, ma scrivere. Sperimentare in prima persona i pericoli e le difficoltà delle parole. Cercate quindi di ricordare gli eventi che vi hanno lasciato un’impressione nitida – come ad esempio quando avete svoltato l’angolo e siete passati vicino a due persone che stavano parlando. Un albero che si è scosso. Una luce elettrica che ondeggiava. Il tono della chiacchierata che era comico ma anche tragico. È come se quel momento contenesse una visione completa, una concezione del tutto.

Quando cercate di ricostruirla a parole, vi accorgete che si frantuma in mille impressioni contrastanti. Alcune devono essere ridimensionate. Altre esaltate. In questo processo perderete probabilmente ogni controllo sull’emozione in sé. A questo punto, lasciate le vostre pagine sfocate e scarabocchiate per andare a leggervi le pagine d’apertura di qualche grande romanziere – Defoe, Jane Austen, Hardy. Ora sarete meglio in grado di apprezzare la loro maestria. Non è solo perché siamo in presenza di persone diverse – Defoe, Jane Austen o Thomas Hardy – ma perché stiamo vivendo in un mondo diverso. In Robinson Crusoe ci trasciniamo lungo una grande strada pianeggiante. Gli avvenimenti accadono uno dopo l’altro. I fatti presentati in ordine sono sufficienti. Ma se l’aria aperta e l’avventura vogliono dire molto per Defoe, per Jane Austen non significano niente. Il suo mondo è il salotto e la gente che parla, e i tanti riflessi nei discorsi che ne rivelano i caratteri. E se, dopo esserci abituati ai salotti e alle riflessioni, passiamo a Hardy, ancora una volta ci ritroviamo sottosopra. Attorno a noi c’è la brughiera, e sopra di noi le stelle.

Adesso ci viene rivelata l’altra metà della mente – il lato oscuro che domina nella solitudine, non quello brillante che si mostra in compagnia. Le nostre relazioni non sono con le persone, ma con la Natura e il destino. Eppure, nonostante le tante differenze, ognuno di questi mondi è in sé coerente. I creatori sono attenti a osservare le leggi della prospettiva, e per quanta pressione cerchino di metterci non riescono mai a confonderci, come capita spesso con gli scrittori minori, introducendo due tipi diversi di realtà nello stesso libro. E così passare da un grande narratore a un altro – dalla Austen a Hardy, da Peacock a Trollope, da Scott a Meredith – vuol dire essere strattonati e sradicati.

Sballottati di qua e di là. Leggere un romanzo è un’arte intricata e difficile. Dovete essere capaci non solo di una grande finezza nel percepire, ma anche di grande sfrontatezza nell’immaginare, se intendete fare uso di tutto ciò che il romanziere – quel grande artista – vi dà.

Ma uno sguardo all’eterogenea compagnia che trovate sullo scaffale vi rivela che gli scrittori molto raramente sono «grandi artisti». È molto più facile che un libro non pretenda neanche di essere un’opera d’arte. Le biografie e le autobiografie, ad esempio, le vite dei grandi uomini, morti e dimenticati da un pezzo, che si trovano fianco a fianco con romanzi e poesie, dobbiamo rifiutarci di considerarle perché non sono «arte»? Oppure le dobbiamo leggere in un modo diverso, con un altro scopo? Dovremmo sfogliarle prima di tutto per soddisfare la curiosità che ci prende a volte la sera, quando ci fermiamo di fronte a una casa con le luci accese e le tende non ancora chiuse, e ogni piano ci mostra un segmento diverso di vita umana in corso di svolgimento? La curiosità di conoscere le storie di queste persone ci consuma – i servitori che spettegolano, i gentiluomini che cenano, la ragazza che si veste per una festa, la vecchia alla finestra che lavora a maglia.

Chi sono, cosa sono, quali sono i loro nomi, professioni, pensieri, avventure?

Le biografie e i libri di memorie rispondono a queste domande, fanno luce dentro innumerevoli case come questa. Ci mostrano le persone che badano ai loro affari di ogni giorno, faticano, falliscono, prosperano, mangiano, odiano, amano e infine muoiono. E talvolta, mentre li guardiamo, la casa scompare e le cancellate di ferro svaniscono e ci ritroviamo in mezzo al mare. Siamo a caccia, in barca, in battaglia. Tra i selvaggi e i soldati. Prendiamo parte a grandi campagne. O, se ci piace rimanere in Inghilterra, a Londra, la scena cambia in ogni caso. La strada diventa stretta. La casa diventa piccola, striminzita, maleodorante e dai vetri romboidali. Vediamo un poeta, Donne, costretto a uscirne perché le grida dei bambini attraversano i muri troppo sottili. Lo possiamo seguire per i sentieri che si trovano tra le pagine dei libri fino a Twickenham.

Fino al parco di Lady Bedford, un famoso luogo d’incontro per nobili e poeti. E poi volgere i nostri passi verso Wilton, la grande casa tra pascoli e dolci colline, e ascoltare Sidney leggere l’Arcadia a sua sorella. E vagare nelle stesse paludi e vedere gli stessi aironi che compaiono in quel famoso poema romanzesco. E dopo ancora dirigerci a nord con l’altra Lady Pembroke, Anne Clifford, verso le sue selvagge brughiere, o tuffarci nella città e trattenere la nostra gioia vedendo Gabriel Harvey vestito di velluto nero discutere di poesia con Spenser. Non c’è niente di più affascinante che brancolare e inciampare tra l’oscurità e gli splendori della Londra elisabettiana. Ma non possiamo rimanere lì. I Temple e gli Swift, gli Harley e i St John ci fanno cenno di proseguire.

Ore e ore si possono passare a sbrogliare i loro alterchi e a decifrare i loro personaggi. E, quando ce ne stanchiamo, possiamo andarcene a passeggio, incrociando una signora in nero con diamanti, verso Samuel Johnson e Goldsmith e Garrick. O attraversare la Manica, se ci va, e incontrare Voltaire e Diderot, o Madame du Deffand. E poi ritornare in Inghilterra a Twickenham – come si ripetono certi posti e certi nomi! – dove Lady Bedford aveva il suo parco una volta e dove più tardi Pope visse, o alla casa di Walpole a Strawberry Hill.

Quest’ultimo però ci presenta a una folla di nuove conoscenze, ci sono così tante case da visitare e campanelli da suonare che per un momento esitiamo, ad esempio sulla soglia della porta di Miss Berry, quando vediamo che arriva Thackeray. È lui l’amico della donna che Walpole amava. Così che andando solo di amico in amico, di giardino in giardino, di casa in casa, siamo passati da un capo all’altro della letteratura inglese e risvegliandoci ci ritroviamo nel presente, se così possiamo distinguere questo momento da tutti quelli venuti prima.

Questo, quindi, è uno dei modi in cui si possono leggere le vite e le lettere. Fare sì che c’illuminino le tante finestre del passato. Vedere gl’illustri scomparsi e le loro abitudini in famiglia, e talvolta fantasticare di essere vicinissimi a loro e poter scoprire i loro segreti, e di tanto in tanto tirar fuori un dramma o una poesia che hanno scritto e vedere se in presenza dell’autore l’effetto che fanno è diverso. Ma così sorgono di nuovo altre domande.

Fino a che punto, ci chiediamo, un libro subisce l’influenza della vita dell’autore – fino a che punto permettere all’uomo d’interpretare lo scrittore? Fino a quando dobbiamo resistere o lasciare spazio alle simpatie o antipatie che c’ispira – quanto sono sensibili le parole, quanto ricevono dal carattere dell’autore? Sono domande che ci pressano quando ripercorriamo le vite e le lettere, e siamo noi a dover rispondere, perché in una materia così personale niente sarebbe più fatale che essere guidati dalle preferenze altrui.

Ma questi libri si possono sfogliare con un altro scopo, non per fare luce sulla letteratura, non per entrare in confidenza con le persone famose, ma per ristorarci ed esercitare la creatività. Non c’è forse una finestra aperta a destra della libreria? Com’è bello smettere di leggere e guardare fuori! Com’è stimolante la vista, con la sua inconsapevolezza, la sua irrilevanza, il suo moto perpetuo – i puledri galoppano nel prato, la donna riempie il secchio al pozzo, l’asino tira indietro la testa ed emette il suo lamento lungo e aspro.

La gran parte di ogni biblioteca non è nient’altro che l’annotazione di momenti fuggevoli come questi nelle vite di uomini, donne e asini. Ogni letteratura, man mano che cresce, ha il suo mucchio di spazzatura, il suo registro d’istanti svaniti e vite dimenticate, raccontati in accenti esili ed esitanti, andati perduti. Se tuttavia vi concedete la delizia di leggere questa robaccia rimarrete sorpresi, anzi, sopraffatti dagli avanzi di vita umana che sono stati versati fuori dallo stampo.

Potrebbe essere una lettera –ma quale visione ci dona!

Potrebbero essere delle frasi – ma che viste ci fanno immaginare! A volte se ne ricava una storia intera assieme a uno humour, a un pathos e a una completezza così belli da sembrare l’opera di un grande romanziere, e invece è solo un vecchio attore, Tate Wilkinson, che rievoca la strana storia del capitano Jones. È solo un giovane ufficiale subalterno che lavora per Arthur Wellesley e s’innamora di una bella ragazza a Lisbona.

È solo Maria Allen che lascia cadere il suo ricamo nel salotto vuoto e rimpiange di non aver ascoltato il buon consiglio del dottor Burney e di essere scappata con Rishy. Nessuna di queste cose ha valore. Si possono tranquillamente ignorare. Ma quant’è appassionante, di tanto in tanto, andare a frugare nel mucchio della spazzatura e trovare anelli e forbici e nasi rotti sepolti in quell’enorme passato e cercare di rimetterli assieme mentre il puledro galoppa sul prato, la donna riempie il secchio al pozzo e l’asino raglia.

Alla lunga però ci stanchiamo di leggere spazzatura. Ci stanchiamo di cercare quello che serve per completare le mezze verità che i Wilkinson, i Bunbury e le Maria Allen ci possono dare. Non hanno il potere degli artisti di padroneggiare ed eliminare. Non riuscirebbero a raccontare la verità completa nemmeno sulle loro vite. Hanno sfigurato storie che potevano essere così aggraziate. Tutto quello che ci possono offrire sono fatti, e i fatti sono una forma di narrativa piuttosto scadente. Così cresce in noi il desiderio di farla finita con le mezze frasi e le approssimazioni.

Di smetterla di andare a scovare le minime sfumature del carattere umano, e di goderci la maggiore astrazione, la forma più pura della finzione. In questo modo creiamo uno stato d’animo intenso e generalizzato, inconsapevole dei dettagli, ma sottolineato da un battito regolare e ricorrente, la cui espressione naturale è la poesia. E questo è il momento di leggere la poesia, quando siamo quasi capaci di scriverla.

O vento dell’ovest, quando verrai?
La pioggia sottile potrà cadere.
Gesù, poter avere il mio amore tra le braccia,
e io nel mio letto di nuovo giacere!

L’impatto poetico è talmente duro e diretto che sul momento non esiste altra sensazione che quella della sola poesia. Quali intense profondità visitiamo allora – com’è improvvisa e completa la nostra immersione! Qui non c’è appiglio, niente che ci sostenga nel nostro volo. L’illusione della finzione è graduale. Gli effetti sono preparati. Ma chi, quando legge questi quattro versi, si ferma a chiedersi chi li abbia scritti o richiama alla mente il pensiero della casa di Donne o del segretario di Sidney? O li irretisce nell’intrico del passato e nelle generazioni che sono venute dopo?
Il poeta è sempre nostro contemporaneo.

Per un momento il nostro essere è messo al centro e confinato, come in tutti gli shock violenti delle emozioni personali. In seguito, è vero, la sensazione comincia ad ampliarsi in cerchi più larghi attraverso la mente. Vengono raggiunti i sensi più remoti. Cominciano a risuonare e a commentare e ci accorgiamo degli echi e dei riflessi. Dobbiamo solo confrontare la forza e la franchezza di:

Cadrò come un albero e troverò il mio cimitero,
ricordando solo che mi dispero,
con la modulazione fluttuante di
Contiamo i minuti col cadere della sabbia,
come nella clessidra; l’arco del tempo
ci deteriora fino alla tomba, e noi lo guardiamo;
l’età del piacere, finita la festa, torna a casa
alfine, e termina in dolore; ma la vita,
stanca di tumulti, conta ogni granello,
gemendo in sospiri, finché l’ultimo non cade,
concludendo la tempesta in quiete,

o con la calma meditativa di

[…] se siamo giovani o vecchi,
il nostro destino, del nostro essere il cuore e la casa,
è nell’infinito, e solo lì;
nella speranza è, che non può morire mai,
nello sforzo, nell’attesa, e desiderio,
e in qualcosa che sempre sarà.

accanto alla completa e inesauribile leggiadria di

La mobile luna è salita nel cielo,
e in nessun posto sosta:
paziente stava salendo,
a un paio di stelle accosta –

o alla splendida fantasia di

E il frequentatore del bosco
non cesserà di aggirarsi losco
se in una radura sgombra,
tra l’incendio del mondo vasto,
una fiammella troverà il suo posto
e sembrerà al suo occhio onesto
un croco in mezzo all’ombra
per portarci alla mente dell’arte varia del poeta.

Del suo potere di renderci allo stesso tempo attori e spettatori. Della sua capacità d’infilare la mano nel personaggio, come se fosse un guanto, ed essere Falstaff o Lear. Del suo potere di condensare, ampliare, affermare, una volta e per sempre.

«Dobbiamo solo confrontare» – con queste parole il gatto salta fuori dal sacco, e ammettiamo la reale complessità del leggere. Il primo processo, quello di accogliere le impressioni con il massimo discernimento, è solo metà del percorso d’interpretazione.

Dev’essere completato da un altro, se vogliamo cogliere tutto il piacere di un libro. C’è da esprimere un giudizio su queste impressioni multiformi. Di queste forme fugaci dobbiamo farne una che sia solida e durevole. Ma non subito. Aspettiamo che la polvere della lettura si posi. Che i conflitti e i diverbi si smorzino. Camminiamo, parliamo, stacchiamo i petali dalle rose, o addormentiamoci. A quel punto, all’improvviso e senza che lo vogliamo, perché è così che la Natura intraprende queste transizioni, il libro tornerà ma in una forma diversa.

Aleggerà in cima ai pensieri nella sua interezza. E il libro nella sua interezza è diverso da quello ora accolto in frasi separate. I dettagli vanno al loro posto. Vediamo la forma dall’inizio alla fine. È un fienile, un porcile o una cattedrale. Ora sì che possiamo confrontare testo con testo come confrontiamo edificio con edificio. Ma quest’atto di paragone implica che il nostro atteggiamento sia cambiato.

Non siamo più amici dello scrittore, ma suoi giudici. Ed esattamente come non possiamo essere troppo solidali come amici, come giudici non possiamoessere troppo severi. Non sono forse criminali i libri che ci hanno fatto sprecare il nostro tempo e la nostra simpatia? Non sono forse i nemici più insidiosi della società, corruttori, dissacratori, gli scrittori di libri menzogneri, di libri falsi, di libri che rendono l’aria putrida e purulenta?

Allora siamo severi nei nostri giudizi. Confrontiamo ogni testo con il migliore nel suo genere. Sono là sempre presenti nella nostra memoria le forme dei libri che abbiamo letto, solidificate nei giudizi che ne abbiamo formulato – Robinson Crusoe, Emma, Il ritorno del nativo. Confrontiamo i romanzi con questi – anche l’ultimo e il più insignificante ha il diritto a essere giudicato con i migliori. E così con la poesia – quando l’intossicazione da ritmo è passata e lo splendore delle parole si è dissolto, la visione di una forma ritornerà da noi e sarà da confrontare con Lear, con Fedra, con Il preludio.

O, se non con questi, con qualsiasi cosa sia o ci sembri il meglio nel suo genere. E possiamo stare certi che la freschezza della nuova narrativa e della nuova poesia è la loro qualità più superficiale e che dobbiamo solo aggiustare leggermente, non ridefinire, i modelli secondo cui le abbiamo giudicate finora.

Sarebbe sciocco quindi far finta che la seconda parte della lettura, il giudizio, il confronto, sia semplice quanto la prima – aprire la mente allo stormo impetuoso d’innumerevoli impressioni. Continuare a leggere senza più avere il libro davanti, mettere le ombre-forme una vicino all’altra, aver letto e capito abbastanza da poter rendere questi confronti vivi e illuminanti – questo è difficile.

È ancora più difficile spingersi oltre e dire: «Non solo il libro è di questo tipo, ma ha questo valore. Qui non funziona. Qui funziona. Questo non va. Questo va». Per portare a termine la seconda parte del compito del lettore servono immaginazione, intuizione, istruzione al massimo grado, ed è difficile credere che una qualsiasi mente ne sia provvista a sufficienza. Anche i più sicuri di sé è impossibile che trovino in loro qualcosa di più dei semi di queste capacità. Non sarebbe allora più saggio soprassedere a questa parte della lettura e permettere ai critici, le autorità della biblioteca in toga ed ermellino, di decidere per noi la questione del valore assoluto di un libro? Impossibile anche questo! Possiamo dare più valore alla simpatia. Soffocare la nostra identità mentre leggiamo. Ma sappiamo che non possiamo simpatizzare né estraniarci completamente.

C’è sempre un demone in noi che ci sussurra: «Odio, amo», e non possiamo farlo tacere. In effetti, è proprio perché odiamo o amiamo che la nostra relazione con i poeti e i romanzieri è intima al punto che troviamo intollerabile la presenza di un’altra persona. E, anche se il risultato è scadente e i giudizi sbagliati, la nostra luce guida rimane sempre il gusto, il nervo della sensazione che ci manda scosse in tutto il corpo. Apprendiamo attraverso ciò che sentiamo. Non possiamo sopprimere le nostre idiosincrasie senza impoverirle. Col tempo, però, possiamo forse educare il gusto. Forse piegarlo al nostro controllo.

Quando crescerà avido e abbondante sopra libri di ogni sorta – poesia, narrativa, storia, biografia – e smetterà di leggere e cercherà gli spazi lunghi sopra la varietà e l’incongruità del mondo vivente, lo troveremo un po’cambiato.

Non sarà più così avido, sarà più riflessivo. Non soltanto comincerà a darci giudizi su alcuni libri in particolare, ma ci dirà che ci sono qualità che certi libri hanno in comune. Ascolta, vi dirà, come lo chiamiamo questo? E ci leggerà forse il Lear e poi forse l’Agamennone per far emergere quella comune caratteristica. Così, con il nostro gusto come guida, ci avventureremo oltre quel testo in particolare, in cerca delle qualità che accomunano tutti i testi. Daremo loro dei nomi e in questo modo formuleremo una regola che porti l’ordine tra le nostre percezioni. Trarremo un piacere maggiore e più sottile da questa differenziazione.

Tuttavia, siccome una regola esiste solo se viene continuamente infranta dal contatto con i libri stessi – non c’è niente di più facile e ottuso che creare regole slegate dalla realtà, sospese nel vuoto – ora infine, per farci forza in questo difficile tentativo, potrebbe essere utile rivolgerci a quegli scrittori eccezionali che riescono a illuminarci sulla letteratura come arte. Coleridge e Dryden e Johnson, nelle loro critiche equilibrate, e gli stessi poeti e narratori nelle loro squilibrate affermazioni, sono spesso sorprendentemente pertinenti. Illuminano e solidificano le idee confuse che se ne stavano in disordine nelle nebbiose profondità della nostra mente. Ma sono in grado di aiutarci solo se ci rivolgiamo a loro carichi di domande e suggerimenti faticosamente acquisiti nel corso delle nostre letture. Non possono fare niente per noi, se ci raduniamo sotto la loro influenza e ci adagiamo come pecore all’ombra di un cespuglio. Possiamo comprendere la loro autorità solo quando entra in conflitto con la nostra e la sconfigge.

Se è così, se leggere correttamente un libro evoca le qualità più fini dell’immaginazione, dell’intuizione e del giudizio, si può forse concludere che la letteratura è un’arte molto complessa ed è poco probabile che saremo in grado, anche dopo una vita di letture, di dare qualche contributo di valore alla critica. Dobbiamo rimanere lettori. Non ci approprieremo della gloria ulteriore che appartiene a quei rari esseri che sono anche critici. Ma come lettori abbiamo lo stesso le nostre responsabilità, e anche la nostra importanza.

I modelli che ergiamo e i giudizi che formuliamo s’intrufolano nell’aria e diventano parte dell’atmosfera che gli scrittori respirano mentre lavorano. Si crea un’influenza che agisce su di loro anche se non arriva mai alle stampe. E, se è ben istruita, vigorosa, originale e sincera, potrebbe diventare molto importante ora che la critica è per forza di cose incerta. Ora che i libri passano in rassegna come una processione di animali al poligono di tiro, e il critico ha solo un secondo per caricare, puntare e sparare, può essere ben giustificato se prende conigli per tigri, aquile per galline, o li manca proprio e spreca il colpo su una mucca che pascola pacifica in un campo lontano. Se dietro gli spari casuali della stampa l’autore sentisse che c’è un altro tipo di critica, l’opinione di persone che leggono per amore di leggere, con calma e non per professione, e giudicano con grande simpatia, ma anche con grande severità, non potrebbe questo migliorare la qualità del suo lavoro?

E se grazie a noi i libri diventassero più forti, più ricchi e più vari, allora sarebbe un fine che varrebbe la pena perseguire.

Ma chi legge per raggiungere un fine, ancorché auspicabile? Non ci sono ricerche che facciamo perché buone in sé, e piaceri che sono definitivi? E questo non è tra quelli? Ho sognato talvolta che all’alba del Giorno del Giudizio, quando i grandi conquistatori e uomini di legge e di Stato torneranno per ricevere la loro ricompensa – corone, allori, nomi indelebili scolpiti sul marmo imperituro –, l’Onnipotente si rivolgerà a Pietro e dirà, non senza una punta d’invidia, vedendoci arrivare con i nostri libri sottobraccio: «Vedi, questi non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo niente da dare loro. Amavano leggere».

[ottobre 1926]