Ignazio Silone, prefazione a «Fontamara»

Edizione di riferimento: Ignazio Silone (1933), Fontamara, Milano, Mondadori, 1990. *

Gli strani fatti che sto per raccontare si svolsero nel corso di un’estate a Fontamara.

Ho dato questo nome a un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell’interno di una valle, a mezza costa tra le colline e la montagna.
In seguito ho risaputo che il medesimo nome, in alcuni casi con piccole varianti, apparteneva già ad altri abitati dell’Italia meridionale, e, fatto più grave, ho appurato che gli stessi strani avvenimenti in questo libro con fedeltà raccontati, sono accaduti in più luoghi, seppure non nella stessa epoca e sequenza. A me è sembrato però che queste non fossero ragioni valevoli perché la verità venisse sottaciuta.

Anche certi nomi di persone, come Maria Francesco Giovanni Lucia Antonio e tanti altri, sono assai frequenti; e sono comuni a ognuno i fatti veramente importanti della vita: il nascere, l’amare, il soffrire, il morire; ma non per questo gli uomini si stancano di raccontarseli.
Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri. Ma Fontamara ha pure aspetti particolari. Allo stesso modo, i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici.

A chi sale a Fontamara dal piano del Fucino il villaggio appare disposto sul fianco della montagna grigia brulla e arida come su una gradinata. Dal piano sono ben visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case: un centinaio di casucce quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo e sgretolate dal vento, dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti malcoperti da tegole e rottami d’ogni sorta. La maggior parte di quelle catapecchie non hanno che un’apertura che serve da porta, da finestra e da camino. Nell’interno, per lo più senza pavimento, con i muri a secco, abitano, dormono, mangiano, procreano, talvolta nello stesso vano, gli uomini, le donne, i loro figli, le capre, le galline, i porci, gli asini. Fanno eccezione una diecina di case di piccoli proprietari e un antico palazzo ora disabitato, quasi cadente. La parte superiore di Fontamara è dominata dalla chiesa col campanile e da una piazzetta a terrazzo, alla quale si arriva per una via ripida che attraversa l’intero abitato, e che è l’unica via dove possano transitare i carri. Ai fianchi di questa sono stretti vicoli laterali, per lo più a scale, scoscesi, brevi, coi tetti delle case che quasi si toccano e lasciano appena scorgere il cielo.

A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori
odii invidie lotte disperazioni.

Altro su Fontamara non vi sarebbe da dire, se non fossero accaduti gli
strani fatti che sto per raccontare. Ho vissuto in quella contrada i
primi vent’anni della mia vita e altro non saprei dirvi.
Per vent’anni il solito cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle
montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per
vent’anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la
solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le
solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che
l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non
è mai servito proprio a niente. Le ingiustizie più crudeli vi erano
così antiche da aver acquistato la stessa naturalezza della pioggia,
del vento, della neve. La vita degli uomini, delle bestie e della
terra sembrava così racchiusa in un cerchio immobile saldato dalla
chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo. Saldato in un
cerchio naturale, immutabile, come in una specie di ergastolo.

Prima veniva la semina, poi l’insolfatura, poi la mietitura, poi la
vendemmia. E poi? Poi da capo. La semina, la sarchiatura, la potatura,
l’insolfatura, la mietitura, la vendemmia. Sempre la stessa canzone,
lo stesso ritornello. Sempre. Gli anni passavano, gli anni si
accumulavano, i giovani diventavano vecchi, i vecchi morivano, e si
seminava, si sarchiava, si insolfava, si mieteva, si vendemmiava. E
poi ancora? Di nuovo da capo. Ogni anno come l’anno precedente, ogni
stagione come la stagione precedente. Ogni generazione come la
generazione precedente. Nessuno a Fontamara ha mai pensato che
quell’antico modo di vivere potesse cambiare.

La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione
dei cafoni, raso terra, e, un pochino più su, quella dei piccoli
proprietari. Su questi due piuoli si spartiscono anche gli artigiani:
un pochino più su i meno poveri, quelli che hanno una botteguccia e
qualche rudimentale utensile; per strada, gli altri. Durante varie
generazioni i cafoni, i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri
si piegano a sforzi, a privazioni, a sacrifici inauditi per salire
quel gradino infimo della scala sociale; ma raramente vi riescono. La
 consacrazione dei fortunati è il matrimonio con una figlia di piccoli
proprietari. Ma se si tiene conto che vi sono terre attorno a
Fontamara dove chi semina un quintale di grano, talvolta non ne
raccoglie che un quintale, si capisce come non sia raro che dalla
condizione di piccolo proprietario, penosamente raggiunta, si ricada
in quella del cafone.
 (Io so bene che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio
 paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e
dileggio: ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando
nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di
rispetto, e forse anche di onore.)

I più fortunati tra i cafoni di Fontamara possiedono un asino,
talvolta un mulo. Arrivati all’autunno, dopo aver pagato a stento i
debiti dell’anno precedente, essi devono cercare in prestito quel poco
di patate, di fagioli, di cipolle, di farina di granoturco, che serva
per non morire di fame durante l’inverno. La maggior parte di essi
trascinano così la vita come una pesante catena di piccoli debiti per
sfamarsi e di fatiche estenuanti per pagarli. Quando il raccolto è
eccezionalmente buono e frutta guadagni ìmprevisti, questi servono
regolarmente per le liti. Perché bisogna sapere che a Fontamara non vi
sono due famiglie che non siano parenti; nei villaggi di montagna, in
genere, tutti finiscono con l’essere parenti; tutte le famiglie, anche
le più povere, hanno interessi da spartire tra di loro, e in mancanza
di beni hanno da spartirsi la miseria; a Fontamara perciò non c’è
famiglia che non abbia qualche lite pendente. La lite, si sa,
sonnecchia negli anni magri, ma s’inasprisce di repente appena c’è
qualche soldo da dare all’avvocato. E sono sempre le stesse liti,
interminabili liti, che si tramandano di generazione in generazione in
processi interminabili, in spese interminabili, in rancori sordi,
inestinguibili, per stabilire a chi appartiene un cespuglio di spine.
Il cespuglio brucia, ma si continua a litigare, con livore più acceso.

Non vi sono mai state vie di uscita. Mettere da parte, in quei tempi,
venti soldi al mese, trenta soldi al mese, d’estate magari cento soldi
al mese, questo poteva fare, di risparmiato, una trentina di lire in
autunno. Esse se ne andavano subito: per gl’interessi di qualche
cambiale, oppure per l’avvocato, oppure per il prete, oppure per il
farmacista. E si ricominciava da capo, nella primavera seguente. Venti
soldi, trenta soldi, cento soldi al mese. Poi di nuovo da capo.
In pianura, questo si sa, molte cose cambiavano, almeno in apparenza;
ma a Fontamara nulla mutava. I Fontamaresi assistevano alle
trasformazioni della pianura come ad un spettacolo che non li
riguardasse. La terra da lavorare in montagna restava poca, arida,
sassosa, il clima sfavorevole. Il prosciugamento del lago di Fucino,
avvenuto circa ottanta anni fa, ha giovato ai comuni del piano, ma non
a quelli della montagna, perché ha prodotto un notevole abbassamento
della temperatura in tutta la Marsica, fino a rovinare le antiche
colture. Gli antichi uliveti sono così andati interamente distrutti. I
vigneti sono spesso infestati dalle malattie e l’uva non arriva più a
completa maturazione: per non farla gelare dalle prime nevi,
dev’essere raccolta in fretta alla fine di ottobre e dà un vino
asprigno come la limonata. Se lo devono bere, per lo più, gli stessi
che lo producono.
Questi danni sarebbero stati largamente compensati dallo sfruttamento
delle fertilissime terre emerse dal prosciugamento del lago, se la
conca del Fucino non fosse stata sottoposta a un regime coloniale. Le
grandi ricchezze che annualmente da essa si ricavano, impinguano un
ceto ristretto di indigeni e per il resto emigrano verso la metropoli.

Bisogna infatti sapere che, assieme a vaste estensioni di terre
dell’Agro Romano e della Maremma, i quattordicimila ettari del Fucino
sono proprietà di una famiglia di sedicenti principi Torlonia, calati
a Roma ai primi del secolo scorso al seguito di un reggimento
francese. Ma questa sarebbe una tutt’altra storia. E forse, dopo aver
narrato il triste destino dei Fontamaresi, per consolare i lettori
scriverò un’edificante vita dei Torlognes, come in origine essi si
chiamavano. La lettura ne sarà certo più divertente. L’oscura vicenda
dei Fontamaresi è una monotona via crucis di cafoni affamati di terra
che per generazioni e generazioni sudano sangue dall’alba al tramonto
per ingrandire un minuscolo sterile podere, e non ci riescono; ma la
sorte dei Torlognes è stata proprio il contrario. Nessuno dei
Torlognes ha mai toccato la terra, neppure per svago, e di terra ne
possiedono adesso estensioni sterminate, un pingue regno di molte
diecine di migliaia di ettari.

I Torlognes arrivarono a Roma in tempo di guerra e specularono sulla
guerra, poi specularono sulla pace, quindi specularono sul monopolio
del sale, poi specularono sui torbidi del ’48, sulla guerra del ’59,
 sui Borboni del regno di Napoli e sulla loro rovina; più tardi hanno
speculato sui Savoia, sulla democrazia e sulla dittatura. Così, senza
togliersi i guanti, hanno guadagnato miliardi. Dopo il ’60 riuscì ad
un Torlogne di impadronirsi a poco prezzo delle azioni di una società
finanziaria napoletana-franco-spagnuola che aveva fatto perforare
l’emissario per il prosciugamento del Fucino e che si trovava in
difficoltà per la caduta del regno: secondo i diritti riconosciuti
alla società dal re di Napoli, Torlogne avrebbe dovuto godere
l’usufrutto delle terre prosciugate per la durata di novant’anni. Ma,
in cambio dell’appoggio politico che egli offrì alla debole dinastia
piemontese, Torlogne ricevette le terre in proprietà perpetua, fu
insignito del titolo di duca e più tardi di quello di principe. La
dinastia piemontese gli regalò insomma una cosa che non le
apparteneva. I Fontamaresi assisterono a questo spettacolo svoltosi
nella pianura e, benché nuovo, lo trovarono assai naturale, perché in
armonia con gli antichi soprusi. Ma in montagna la vita continuò come
prima.
Una volta almeno riusciva ai montanari di fuggire in America. Perfino 
alcuni Fontamaresi, prima della guerra, tentarono la sorte in
Argentina e in Brasile. Ma quelli di essi che poterono mettere
assieme, tra il corpetto e la camicia, dalla parte del cuore, alcuni
biglietti di banca, e tornarono a Fontamara, in pochi anni perdettero
sui terreni aridi e sterili della contrada nativa i pochi risparmi e
ricaddero presto nell’antico letargo, conservando come un ricordo di
paradiso perduto l’immagine della vita intravista oltremare.

Però l’anno scorso si produssero una serie di fatti imprevisti e
incomprensibili che sconvolsero la vita di Fontamara, stagnante da
tempi immemorabili. Nessuno si occupò subito di quei fatti e soltanto
dopo alcuni mesi cominciò a trapelarne qualche sentore, nelle altre
regioni d’Italia e perfino all’estero, dove anch’io, per mia
tristezza, sono stato costretto a rifugiarmi. Fontamara, un luogo che
nessuna carta geografica menziona, divenne così tema di bizzarre
congetture e discussioni. Un’assenza di vari anni non impediva a me,
che sono di quella contrada e vi sono cresciuto, di diffidare, di
pensare che gli episodi attribuiti a Fontamara fossero fantastici, mai
accaduti, inventati di sana pianta, come tanti altri, per motivi
discutibili, e attribuiti a quel luogo remoto perché più difficile ne
fosse il controllo. Alcuni tentativi, da me allora esperimentati per
avere notizie dirette, fallirono. E tuttavia io non cessai alcun
giorno dal pensarvi e dal tornare con l’immaginazione in quella
contrada a me ben nota, struggendomi dal desiderio di conoscere la sua
sorte attuale. Finché m’è accaduto un fatto imprevisto. Una sera che
la nostalgia si era fatta in me più pungente, con mia grande sorpresa
ho trovato sull’uscio della mia abitazione, seduti contro la porta e
quasi addormentati tre cafoni, due uomini e una donna, che senza
esitazione ho subito riconosciuto per Fontamaresi. Al mio arrivo essi
si sono alzati e m’han seguito in casa. Alla luce della lampada ho
riconosciuto le facce. L’uomo era un vecchio alto, magro, con la
faccia terrea e unta di peli grigi; accanto a lui, sua moglie e suo
figlio. Sono dunque entrati. Si sono seduti. Han cominciato a
raccontare. (Allora ho riconosciuto anche la voce.)
Prima ha parlato il vecchio. Poi la moglie. Poi di nuovo il vecchio.
Poi di nuovo la moglie. Mentre parlava la moglie, temo di essermi
addormentato, senza però, fenomeno veramente singolare, ch’io perdessi
il filo del suo discorso, quasi che quella voce sorgesse dal più
profondo di me. Quando è spuntata l’alba e mi sono svegliato, ha
ripreso a parlare il vecchio.

Quello che han detto, e in questo libro
Ora, due avvertenze. Questo racconto apparirà al lettore straniero,
che lo leggerà per primo, in stridente contrasto con la immagine
pittoresca che dell’Italia meridionale egli trova frequentemente nella
letteratura per turisti. In certi libri, com’è noto, l’Italia
meridionale è una terra bellissima, in cui i contadini vanno al lavoro
cantando cori di gioia, cui rispondono cori di villanelle abbigliate
nei tradizionali costumi, mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli
usignoli.
Purtroppo, a Fontamara, queste meraviglie non sono mai successe.
I Fontamaresi vestono come i poveracci di tutte le contrade del mondo.

E a Fontamara non c’è bosco: la montagna è arida, brulla, come la
maggior parte dell’Appennino. Gli uccelli sono pochi e paurosi, per la
caccia spietata che a essi si fa. Non c’è usignolo; nel dialetto non
c’è neppure la parola per designarlo. I contadini non cantano, né in
coro, né a soli; neppure quando sono ubriachi, tanto meno (e si
capisce) andando al lavoro. Invece di cantare, volentieri bestemmiano.
Per esprimere una grande emozione, la gioia, l’ira, e perfino la
devozione religiosa, bestemmiano. Ma neppure nel bestemmiare portano
molta fantasia e se la prendono sempre contro due tre santi di loro
conoscenza, li mannaggiano sempre con le stesse rozze parolacce.
La sola persona che a Fontamara, durante la mia adolescenza, cantasse
con una certa insistenza era uno scarparo. E cantava una sola canzone,
che rimontava all’inizio della nostra prima guerra d’Africa e
cominciava così: “Non ti fidar della gente nera
Baldissera”. A sentir ripetere quell’ammonimento tutti i giorni dell’anno, dalla
mattina alla sera, con voce sempre più lugubre, a mano a mano che il
calzolaio invecchiava, nella gioventù di Fontamara cominciò a farsi
strada un serio timore che il general Baldissera, sia per temerarietà,
sia per distrazione o leggerezza, finisse veramente col fidarsi della
gente nera. Molto più tardi apprendemmo che il guaio era già avvenuto
prima che noi nascessimo.
La seconda avvertenza è: in che lingua devo adesso raccontare questa
storia?
A nessuno venga in mente che i Fontamaresi parlino l’italiano.

La 
lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola, come possono
essere il latino, il francese, l’esperanto. La lingua italiana è per
noi una lingua straniera, una lingua morta, una lingua il cui
dizionario, la cui grammatica si sono formati senza alcun rapporto con
noi, col nostro modo di agire, col nostro modo di pensare, col nostro
modo di esprimerci.
Naturalmente, prima di me, altri cafoni meridionali han parlato e
scritto in italiano, allo stesso modo che andando in città noi usiamo
portare scarpe, colletto, cravatta. Ma basta osservarci per scoprire
la nostra goffaggine. La lingua italiana nel ricevere e formulare i
nostri pensieri non può fare a meno di storpiarli, di corromperli, di
dare a essi l’apparenza di una traduzione. Ma, per esprimersi
direttamente, l’uomo non dovrebbe tradurre. Se è vero che, per
esprimersi bene in una lingua, bisogna prima imparare a pensare in
essa, lo sforzo che a noi costa il parlare in questo italiano
significa evidentemente che noi non sappiamo pensare in esso (che
questa cultura italiana è rimasta per noi una cultura di scuola).
Ma poiché non ho altro mezzo per farmi intendere (ed esprimermi per me
adesso è un bisogno assoluto) così voglio sforzarmi di tradurre alla
meglio, nella lingua imparata, quello che voglio che tutti sappiano:
la verità sui fatti di Fontamara.
Tuttavia se la lingua è presa in prestito, la maniera di raccontare, a
me sembra, è nostra. E’ un’arte fontamarese. E’ quella stessa appresa
da ragazzo, seduto sulla soglia di casa, o vicino al camino, nelle
lunghe notti di veglia, o accanto al telaio, seguendo il ritmo del
pedale, ascoltando le antiche storie.

Non c’è alcuna differenza tra questa arte del raccontare, tra questa
arte di mettere una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, una
frase dopo l’altra, una figura dopo l’altra, di spiegare una cosa per
volta, senza allusioni, senza sottintesi, chiamando pane il pane e
vino il vino, e l’antica arte di tessere, l’antica arte di mettere un
filo dopo l’altro, un colore dopo l’altro, pulitamente, ordinatamente,
insistentemente, chiaramente. Prima si vede il gambo della rosa, poi
il calice della rosa, poi la corolla; ma, fin da principio, ognuno
capisce che si tratta di una rosa. Per questo motivo i nostri prodotti
appaiono agli uomini della città cose ingenue, rozze. Ma, abbiamo noi
mai cercato di venderli in città? Abbiamo mai chiesto ai cittadini di
raccontare i fatti loro a modo nostro? Non l’abbiamo mai chiesto.
Si lasci dunque a ognuno il diritto di raccontare i fatti suoi a modo
suo.

Ignazio Silone


Davos (Svizzera), estate 1930


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