Cola di Rienzo

Cola di Rienzo e gli «ordinamenti dello buono stato»

di Stéfano Pérez Tonella

Lorenzo Gabrini, meglio conosciuto come Cola di Rienzo (Roma, 1313 – Roma, 8 ottobre 1354) si schierò spesso dalla parte del popolo, che vedeva afflitto dalle ingiustizie di potenti e baroni. Per questa sua vocazione, soleva definirsi l'ultimo dei tribuni del popolo. La sua biografia, di cui rimane chiara traccia attraverso la Cronica di un anonimo autore romano, mette in evidenza non solo questi aspetti ammirevoli, ma anche certe stravaganze che, insieme all'impegno politico e all'abilità oratoria, contribuiscono, ancora oggi, a distanza di molti secoli, uno degli elementi di maggior fascino legati a questa figura.

Vediamo brevemente chi è Cola di Rienzo: nato in una famiglia di modeste condizioni economiche, aveva avuto modo di farsi conoscere, fin da giovanem in virtù di due doti innate: il bell'aspetto e la spiccata intelligenza. Queste caratteristiche lo facilitarono, prima dandogli la possibilità di terminare gli studi (divenne notaio), e poi nella carriera come rappresentante del papa. Fu in tale veste che, ad Avignone, rese pubblico il proprio scritto sarcastico contro i baroni di Roma, attirando su di sé le ire del cardinale Giovanni Colonna. Quello sarebbe stato l'inizio di una rivalità, con i baroni, e con la famiglia Colonna in particolare, destinata a macchiarsi di sangue e a continuare fin dopo la morte di Cola di Rienzo.

Il testo in questione, ad ogni modo, era dotato di verve polemica e il senso era inequivocabile: «li baroni de Roma - scriveva - so derobatori de strada: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male; essi voco che la loro citate iaccia desolata.»

Piuttosto indifferente alle ire del cardinal Colonna, papa Clemente VI, che apprezzava le doti del proprio ambasciatore, non si fece impressionare. Così, quando Cola di Rienzo rientrò a Roma nel 1344 la sua carriera non si vide minimamente penalizzata. Fu anzi nominato notaio della Camera Apostolica.

Le stravaganze e l'impegno politico, comunque, erano appena iniziate. La nuova, prestigiosa, carica pubblica non frenò affatto la polemica di Cola di Rienzo. Sul Campidoglio, rivolto verso il mercato, fece realizzare un grande affresco. In esso si rappresentava la condizione di Roma, vestita a lutto, circondata da un mare in tempesta e da alcune donne, già morte, ciascuna delle quali rappresentava un'antica città caduta: Babilonia, Cartacine, Troia, Gerusalemme. A sinistra, vi erano raffigurate, minacciate su due piccole isole, l'Italia e le virtù cardinali. A destra, su un'altra isola, la fede cristiana, accompagnata da queste parole: «O summo patre, duca e signor mio, se Roma père dove starraio io

La fede, nell'affresco, era minacciata da diversi animali, i quali rappresentavano i baroni (leoni, lupi e orsi), i loro clienti (cani, porci e caprioli), e altri uomini senza scrupoli, preoccupati solo dei propri interessi, a scapito del popolo (pecoroni, dragoni e volpi). Perché la gente potesse decifrare, in modo certo, il significato dell'affresco, ciascuna figura era accompagnata da un cartiglio.

Le stravaganze del tribuno continuarono, tra il favore del popolo e qualche inimicizia fra i potenti. L'apice, in questa sua attività di liberatore e polemico è databile alla fine di aprile del 1347. In tale data, Cola di Rienzo salì al Campidoglio per proclamare i suoi «ordinamenti dello buono stato». Era preceduto da tre gonfaloni: il primo rappresentava Roma, il secondo san Paolo, il terzo san Pietro. Ciò che Cola proponeva era un sistema di governo orientato a contenere la violenza privata, destinare maggiori risorse alla città e distribuire equamente le ricchezze della terra: «che·lle citate e·lle terre, le quale staco nello destretto della citate de Roma, aiano lo reimento dallo puopolo de Roma». (cfr. Romeo, Talamo, 1983)

Nonostante la rabbiosa reazione dei baroni, e specialmente di Stefano Colonna - «io lo farraio iettare dalle finiestre de Campituoglio!» esclamò -, per un certo periodo la popolarità di Cola di Rienzo e le azioni politiche in favore del popolo sembrarono prospettare a Roma una società sgombra di favoritismi, sicura, governata da leggi equanimi. «Allora - scrive l'anonimo autore della Cronica - paura e timore assalìo li tiranni. La bona iente, como liberata da servitute, se alegrava».

Ciò che accadde poi a questo grande riformatore della società, non cessa, a distanza di tanti secoli, di causare tristezza in quanti vengono a conoscenza della sua storia. Fu probabilmente vinto da manie di grandezza, o comunque sia iniziò ad agire in modo sempre più sconsiderato. In primis, si proclamò Cavaliere, con fasti eccessivi per il proprio status e probabilmente incoerenti in funzione del ruolo che si era scelto. Quello fu il meno; più grave fu la decisione di mandare ad arrestare i Colonna e gli Orsini, minacciandoli di esecuzione. E anche se soprassedette su questa decisione, l'offesa gratuita alle famiglie nobiliari fu causa di una serie di vendette, ritorsioni e razzie, che il popolo dovette subire, provocando una controreazione non meno violenta da parte di Cola.

Il 19 e 20 novembre del 1347, l'esercito organizzato da Cola di Rienzo mosse l'attacco contro i baroni di Roma. Per sollevare il popolo, aveva adottato il motto di "Spirito Santo cavaliere". La battaglia terminò in favore di Cola e tra i caduti illustri si contavano anche Stefano, Giovanni e Pietro Colonna, oltre agli ottanta corpi di nobili romani che vennero appesi a pubblico sfregio.

Quando la notizia della disfatta giunse a Stefano Colonna il Vecchio, questi si espresse con grande nobiltà d'animo: "sia fatta la volontà di Dio - disse - però è certo miglior cosa morire, che sopportare il giogo di un villano". Tale atteggiamento fu lodato dal Petrarca.

Cola, nel frattempo, dedito al lusso e ai vizi, aveva perso completamente lucidità e appoggio del popolo. Da difensore dei poveri e degli offesi, quale era stato, era divenuto lui stesso un tiranno. Alla fine, come era prevedibile, le continue stravaganze gli fecero perdere il favore del papa: dichiarato eretico, temendo per la propria vita, riparò prima a Castel Sant'Angelo, fuggendo poi da Roma travestito da frate.

La vita da esule gli offerse la possibilità di nuovi onori, che riscosse presso la corte di Carlo IV di Boemia. E quando, contro il consiglio degli amici, si recò ad Avignone per incontrare il papa, venne emendato dall'accusa di eresia, dopo appena un breve periodo di carcerazione, e reintegrato nelle proprie cariche.
Nuovamente a Roma, accolto benevolmente dal popolo, riprese le attività d'un tempo. Non ci volle molto, tuttavia, per comprendere come, nonostante le capacità retoriche intatte e l'abilità di affascinare le masse, come e più di prima, prevalessero in lui una serie di eccessi, quali l'alcolismo, che ne alterava la coscienza, e un costante, ossessivo, desiderio di vendetta, che sempre più spesso sfociava in violenti sproloqui. Quando per giunta si macchiò di tradimento, facendo condannare i propri sostenitori perugini pur di confiscarne i beni, il popolo gli aveva già da tempo revocato, e questa volta in modo definitivo, il proprio favore.

L'avventura politica e umana di Cola di Rienzo terminò tragicamente l'8 ottobre 1354, quando fu ucciso nel corso di un moto popolare guidato da un suo ex capitano. Braccato, Cola tentò in extremis di arringare il popolo. Il tentativo fu inutile; cercò quindi la via della fuga travestito da popolano, e alterando perfino la voce per non essere riconosciuto. Smascherato per via di alcuni braccialetti d'oro che si era dimenticato di togliere, fu condotto in una sala per essere giudicato.
Inizialmente, scrive l'autore anonimo della Cronica, vi fu un grande silenzio; nessuno osava agire. Fin tanto, almeno, che un uomo del popolo lo trafisse con un pugnale; poi altri si avventarono sul suo corpo. Trascinato esanime fino alla chiesa di San Marcello al Corso in Roma (che a quell'epoca si affacciava sulla residenza dei Colonna) fu esposto senza vita per due giorni. Infine, il terzo giorno il cadavere venne spostato in altro luogo, dove fu bruciato e le sue ceneri disperse.

Fino all'ultimo momento, il destino di Cola di Rienzo è costellato da elementi rocamboleschi, in cui genialità, fortuna ed eccessi si avvicendano di continuo. Qualsiasi siano, ancora oggi, le critiche che possono essere sollevate contro questo personaggio, rimane intatto lo spirito con cui scrisse i suoi ordinamenti dello buono stato, e il carattere, eccessivo e nemico dei potenti, che, per ben due volte gli valse l'appoggio e l'avversione del popolo romano.

Stéfano Pérez Tonella, 2 maggio 2017

Dalla «Cronica» di Anonimo Romano

La morte di Cola è un brano famoso che testimonia la capacità dell’anonimo autore di aderire immediatamente ai fatti narrati e al loro rapido svolgimento; egli non è un partigiano di Cola, ma è attratto dal programma classicistico del tribuno e soprattutto dalla sua singolare figura che campeggia nella narrazione incisiva, ricca di particolari realistici e drammatici. (Petronio et al., 1972, p. 111)


Como missore Nicola de Rienzi tornao in Roma e reassonse lo dominio con moite alegrezze e como fu occiso per lo puopolo de Roma crudamente.

F. Faruffini, Cola di Rienzo, XIX sec.

Currevano anni Domini MCCCLIII[I], lo primo dìe de agosto, quanno Cola de Rienzi tornao a Roma e fu receputo solennissimamente. Alla fine a voce de puopolo fu occiso. La novella fu per questa via. Puoi che Cola de Rienzi cadde dallo sio dominio, deliverao de partirese e ire denanti allo papa. ’Nanti la soa partita fece pegnere nello muro de Santa Maria Matalena, in piazza de Castiello, uno agnilo armato coll’arme de Roma, lo quale teneva in mano una croce. Su la croce staieva una palommella.

Li piedi teneva questo agnilo sopra lo aspido e lo vasalischio, sopra lo lione e sopra lo dragone. Pento che fu, li valordi de Roma li iettaro sopra lo loto per destrazio. Una sera venne Cola de Rienzi secretamente desconosciuto per vedere la figura ’nanti soa partenza. Viddela e conubbe che poco l’avevano onorata li valordi. Allora ordinao che una lampana li ardessi denanti uno anno. De notte se partìo e gìo luongo tiempo venale. Anni fuoro sette. Iva forte devisato per paura delli potienti de Roma.

Gìo como fraticiello iacenno per le montagne de Maiella con romiti e perzone de penitenza. Alla fine se abiao in Boemia allo imperatore Carlo, della cui venuta se dicerao, e trovaolo in una citate la quale se appella Praga. Là, denanti alla maiestate imperiale, inninocchiato parlao prontamente. Queste fuoro soie paravole e sio loculento sermone denanti a Carlo re de Boemia, nepote de Enrico imperatore, novellamente elietto imperatore per lo papa: «Serenissimo principe, allo quale è conceduta la gloria de tutto lo munno, io so’ quello Cola allo quale Dio deo grazia de potere governare in pace, iustizia, libertate Roma e·llo destretto.

Abbi la obedienzia della Toscana, Campagna e Maretima. Refrenai le arroganzie delli potienti e purgai moite cose inique. Verme so’, omo fraile, pianta como l’aitri. Portava in mano lo vastone de fierro, lo quale per mea umilitate convertiei in vastone de leno, imperciò Dio me hao voluto castigare. Li potienti me persequitano, cercano l’anima mea. Per la invidia, per la supervia me haco cacciato de mio dominio. Non voco essere puniti. De vostro lenaio so’, figlio vastardo de Enrico imperatore lo prode. A voi confugo. Alle ale vostre recurro, sotto alla cui ombra e scudo omo deo essere salvo. Credome essere salvato. Credo che me defennerete.

Non me lassarete perire in mano de tiranni, non me lassarete affocare nello laco della iniustizia. E ciò è verisimile, ca imperatore site. Vostra spada deo limare li tiranni. Vedi la profezia de frate Agnilo de Mente de Cielo nelle montagne de Maiella. Disse che l’aquila occiderao li cornacchioni». Puoi che abbe parlato, Carlo destese la mano e recipéolo graziosamente, disse che non dubitassi de alcuno. Quanno ionze in Praga fu lo primo dìe de agosto. Demorao per lo spazio de tiempo alcuno.

Desputava con mastri in teologia. Diceva assai. Favellava cose maravigliose. Lengua deserta faceva stordire quelli Todeschi, quelli Boemi e Schiavoni. Abafava onne perzona. In presone non stette, ma con compagnia assai onorata sotto qualche guardia. Assai vino, assai vivanna li era data. Po’ alcuno tiempo domannao in grazia allo imperatore de ire in Avignone e comparere denanti allo papa e mostrare como non era eretico né patarino. Moito li contrastao lo imperatore che non isse.

Alla fine condescese alla voluntate soa. Diceva Cola de Rienzi: «Serenissimo principe, io voluntario vaio denanti allo santo patre. Dunque, se voi non me mannete per forza, site innocente dello sacramento». Nello ire che faceva per tutte le terre se levavano puopoli e, fatto grege con romore, li venivano denanti. Prennevanollo, dicevano ca lo volevano salvare de mano dello papa. Non volevano che issi.

A tutti responneva, diceva: «Io voluntario vaio, non costretto». Rengraziavali e così passava de citate in citate. Per tutta la via li fuoro fatti solienni onori. Quanno li puopoli vedevano esso, maraviglianno l’accompagnavano. E per tale via ionze in Avignone lo primo dìe de agosto. Ionto in Avignone parla denanti allo papa. Scusavase ca non era patarino, né incurreva la sentenzia dello cardinale don Bruno. Voleva stare alla esaminazione. A queste paravole lo papa stette queto. Fu renchiuso in una torre grossa e larga. Una iusta catena teneva in gamma. La catena era legata su alla voita della torre. Là staieva Cola vestuto de panni mezzani.

Aveva livri assai, sio Tito Livio, soie storie de Roma, Abibia e aitri livri assai. Non finava de studiare. Vita assai sufficiente della scudella dello papa, che per Dio se daieva. Fuoro esaminati suoi fatti e fu trovato fidele cristiano. Allora fu revocato lo prociesso e·lla sentenzia de don Bruno e dello cardinale de Ceccano, e fu assoluto. E venne in grazia dello papa e fu scapulato. Quanno iessìo de presone fu lo primo dìe de agosto. Deveva venire in Italia uno legato, don Gilio Conchese, cardinale de Spagna. Apparecchiavase e scriveva sia famiglia. Cola de Rienzi con questo legato iessìo de Avignone purgato, benedetto e assoluto. E collo legato passao la Provenza e venne a Montefiascone per recuperare lo Patrimonio, como ditto ène. Delle prime terre che se renniero alla Chiesia fu Toscanella, e·llo cassaro fu vennuto per moneta.

Cola de Rienzi se retrovao a prennere la terra per la Chiesia. Puoi se retrovao nello assedio de Vitervo, e retrovaose a tutti quelli fatti de arme da cavalieri. Avea vestimenta assai iuste e oneste, buono cavallo. Non solamente in l’oste, anco in Montefiascone aveva tamanta rechiesa de Romani, che stupore era a dicere. Onne Romano ad esso fao capo. Forte ène visitato. Granne coda de populari se strascinava dereto. Onne iente faceva maravigliare, persi’ lo legato, tanto l’appresciava la rechiesa delli citatini de Roma. Per maraviglia lo vedevano. Forte li pareva che campata avessi la vita infra tanti potienti. Alla sopraditta depopulazione de Vitervo, como sopra narrato ène, fuoro Romani. Tornata l’oste, granne partita de Romani trasse a vedere Cola de Rienzi: uomini populari, granne lengue e core; maiure proferte, poche attese.

Dicevano: «Torna alla toa Roma. Curala de tanta infirmitate. Sinne signore. Noa te darremo sobalimento, favore e forza. Non dubitare. Mai non fusti tanto demannato né amato quanto allo presente». Queste vessiche li populari de Roma li daievano: non li daievano denaro uno. Per queste paravole mosso Cola de Rienzi, anco per la gloria, la quale naturalemente affettava, penzava de fare alcuno fonnamento donne potessi avere iente e sussidio per Roma entrare.

Dissene collo legato. Non li deo denaro uno. Aveva tame ordinato che dallo Communo de Peroscia avessi alcuna provisione, donne poteva iustamente vivere con onore. Questa soa provisione non li vastava a fare sollati. Allora cavalcao e venne a Peroscia, e per presure voite fu nello Consiglio. Bene parlava, bene diceva, meglio prometteva. Assai avevano quelli consiglieri le recchie attente ad odire per la doicezza delle paravole che se lassavano ascoitare. Così se facevano leccare como lo mele. Ma perché li consiglieri staco a scinnicato, convenne fare bona custodia delle cose de sio Communo. Da Communo de Peroscia non potéo ottenere uno cortonese.

Retrovarose allora in Peroscia doi iovini provenzali, missore Arimbaldo, dottore de leie, e missore Bettrone, cavalieri de Narba in Provenza, frati carnali. Questi erano frati carnali dello prodo fra Monreale. Fra Monreale fu a fare la guerra dello re de Ongaria. Puoi fu capo della Granne Compagnia. Guastao moite terre in Puglia, arze e refocao moite, assai communanze mise a roba e portaone le femine. In Toscana revennéo Siena, Fiorenza, Arezzo e moite terre. La pecunia partiva fra suoi compagni. Puoi ne passao nella Marca e consumao li Malatesti. Prese per forza Montefilaterano e Filino, dove moriero più de setteciento villani. Arze le terre e derobaole. Revennéo li uomini e portaone le donne, quelle che apparenza avevano. Era feriero de Santo Ianni, omo sollicito e prodo, della cui prodezza se dicerao.

Questo avea acquistata de moita pecunia per le robbarie, per le prede. Avea tanta moneta, che poteva sufficientemente vivere ad onore senza ire più sollato. Connusse questi doi suoi fratelli in Peroscia e feceli dare provisione dallo Communo. La soa moneta deo alli mercatanti e commannao alli frati che avessino fra loro pace, non fecessino contenzione; ché, puoi che·lli aveva allocati, intenneva de servire allo abito sio. Gìo fra Monreale aitrove per aitri suoi mestieri fare. Puoi che Cola de Rienzi sentìo demorare in Peroscia missore Arimbaldo de Narba, omo iovine, perzona letterata, abiaose allo sio ostieri e voize con esso pranzare. Sumpto cibo, mette mano Cola de Rienzi a favellare della potenzia de Romani. Mistica soie storie de Tito Livio. Dice soie cose de Bibia. Opere la fonte de sio sapere. Deh, como bene parlava! Tutta soa virtute opere in lo rascionare.

E sì de ponto dice, che onne omo abafa soa bella diceria, leva de piedi onne omo. Teo la mano alla gota e ascoita con silenzio Missore Arimbaldo. Maravigliaose dello bello parlare. Ammira la magnitudine delli virtuosi Romani. Incalescente vino, monta lo animo in aitezze. Lo fantastico piace allo fantastico. Missore Arimbaldo senza Cola de Rienzi non sao demorare: con esso stao, con esso vao. Uno civo prienno, in uno lietto posano. Penzano de fare cose magne, derizzare Roma e farla tornare in pristino sio. A ciò fare bisognava moneta. Senza sollati non se pò fare. A tre milia fiorini sallìo la mastice. Fecese promettere tre milia fiorini, e esso promise de rennerelli, e per merito promise farlo citatino de Roma e granne capitanio onorato, a despietto dello frate, missore Bettrone. Anco dello mercatante toize dello puosto quattro milia fiorini e deoli a Cola de Rienzi. ’Nanti tame che missore Arimbaldo assenassi questa moneta a Cola de Rienzi, voizene avere licenzia de sio maiure frate, frate Monreale. Mannaoli una lettera.

La sentenzia era questa: «Onorato fratello, più aio guadagnato io in uno dìe che voi in tutto tiempo de vostra vita. Io aio acquistato la signoria de Roma, la quale me promette missore Nicola de Rienzi cavalieri, tribuno, visitato da Romani, chiamato dallo puopolo. Credo che lo penzieri non verrao fallato. Vego ca collo aiutorio dello ignegno vuostro lo mio stato non serrao rotto. Bisogna in ciò moneta per incomenzare. Quanno piacerao alla vostra fraternitate, io tollo quattro milia fiorini dello puosto e con potenzia armata me camino a Roma». Fra Monreale, lessa la lettera de sio frate, rescrisse. Lo tenore de soa scrittura era questo: «Granne ora me aio penzato sopra la opera la quale intienni. Granne e importavile peso ène quello che vòi fornire. Nello animo mio bene non cape che te venga fatto. La mente non ce vao.

La rascione me·llo contradice. Nientemeno fate voi e facciate bene. Imprimamente hai guardia che·lli quattro milia fiorini non se perdano. Se ve scontrasse alcuna cosa sinistra, scrivateme. Verraio con succurzo, con milli, doi milia perzone, quante bisognaraco, e farraio le cose magnifiche. Non dubitete. Tu e tio frate ameteve e onoreteve, non fate romore». Missore Arimbaldo, receputa la lettera, fu lieto assai. Mise in ordine collo tribuno dello caminare. Puoi che Cola de Rienzi abbe li quattro milia fiorini, vestìose riccamente de più robbe, adobaose a senno dello savio sio ornatamente: gonnella, guarnaccia e cappa de scarlatto forrata de varo, infresata de aoro fino, pistiglioni de aoro, spada ornata in centa, cavallo ornato, speroni de aoro, famiglia vestuta nova. Così adorno ne tornao a Montefiascone denanti allo legato.

Menava per compagnia missore Bettrone e missore Arimbaldo de Narba fratelli, con famiglie e cose. Quanno fu denanti allo legato, faceva dell’altiero. Mustravase gruosso con sio cappuccio in canna de scarlatto, con cappa de scarlatto, forrati de panze de vari. Stava supervo. Capezziava. Menava lo capo ’nanti e reto, como dicessi: «Chi so’ io? Io chi so’?» Puoi se rizzava nelle ponte delli piedi; ora se aizava, ora se abassava. Maravigliase lo legato e deo alquanto fede alle soie paravole. Puro non li deo denaro uno. Allora parlao Cola e disse: «Legato, famme senatore de Roma. Io vaio e parote la via». Lo legato lo fece senatore e mannaolo via. A potere venire a Roma bisognava iente. De noviello missore Malatesta de Arimino aveva cassati li sollati suoi, da sedici banniere, bona iente, doiciento cinquanta varvute.

Demoravano in Peroscia per trovare suollo. Per questa iente avere mannao Cola de Rienzi sio messaio. Lo messaio trovao li conestavili e disse così: «Prennete suollo per doi mesi. Recepate per uno la paca. Averete suollo in perpetuo. Connucerete missore Nicola de Rienzi a Roma, senatore per lo papa». A queste paravole li conestavili fuoro in consiglio. La sentenzia delli Todeschi fu de non ire. Assenavano tre cascioni.

La prima: «Romani soco mala iente, supervi, arroganti, non haco paro».

La secunna: «Questo ène omo popularo, povero, de vile connizione. Non averao da pacare. Dunqua a chi serviremo noa?»

La terza: «Li potienti de Roma non voco lo stato de questo omo. Tutti ne serraco nimici, ca·lli despiace mo’. Dunqua questo suollo non prennamo. La annata a Roma non fao per noa».

Da vero questa fu la resposta delli Todeschi, e fu vera. Soco Todeschi como descengo dalla Alamagna semplici, puri, senza fraude. Como se allocano fra Italiani deventano mastri coduti, viziosi, che siento onne malizia. Alli Todeschi respuse uno conestavile borgognone e disse: «Prennamo questi denari novielli sollacciati per uno mese. Tornaremo lo buono omo in soa casa. Scorgamolo in Roma. Guadagnaremo la perdonanza. Chi vorrao tornare tornarao, chi vorrao remanere remanerao». Questa sentenzia venze. Le sedici banniere presero suollo da Cola de Rienzi. Questa iente da cavallo abbe. Abbe anco alquanti Peroscini, figli de buoni uomini. Abbe anco da ciento fanti toscani masnadieri con corazzine da suollo, nobile e bella brigata. Con questa iente descenne per Toscana, passa valli e monti e locora pericolose. Senza reparo ionze ad Orte.

Allora la soa venuta fu sentuta a Roma. Romani se apparecchiavano a receperelo con letizia. Li potienti staievano alla guattata. Da Orte se mosse e ionze a Roma, anno Domini MCCCLIII[I]. La cavallaria de Roma li iessìo denanti fi’ a Monte Malo colle frasche delle olive in mano in segno de vettoria e pace. Iessìoli lo puopolo con granne letizia, como fussi Scipione Africano. Fuoro fatti archi triomfali.

Entrao la porta de Castiello.

Per tutta piazza de Castiello, per lo ponte, per la strada fuoro fatte arcora de drappi de donne, de ornamento de aoro e de ariento. Pareva che per la letizia tutta Roma se operissi. Granne ène la alegrezza e·llo favore dello puopolo. Con questo onore fu menato fi’ allo palazzo de Campituoglio. Là fece sio bello e luculento parlare e disse ca sette anni era ito spierzo fòra de soa casa, como gìo Nabuccodonosor, ma per la potenzia dello virtuoso Dio era tornato in soa sede senatore per la vocca de papa. Non che esso fussi sufficiente; la soa vocca lo poteva sufficiente fare. Aionze che intenneva rettificare e relevare lo stato de Roma. Allora fece capitanii de guerra missore Bettrone e missore Arimbaldo de Narba e donaoli lo confallone de Roma. Fece cavalieri uno Cecco de Peroscia sio consigliero e vestìolo de aoro. Granne festa li Romani li fecero, como fecero li Iudiei a Cristo, quanno entrao in Ierusalem a cavallo nella asina. Quelli lo onoraro destennennoli ’nanti panni e frasche de oliva, cantanno ’Benedictus qui venis!’ Alla fine tornaro a casa e lassarolo solo colli discipuli nella piazza. Non fu chi li proferissi uno povero magnare. Lo sequente dìe Cola de Rienzi abbe alcuno ammasciatore delle vicinanze intorno. Deh, como bene responneva! Dava resposte e promissioni.

Apparecchiavase de ferventemente guidare. Li baroni staievano alla guattata, a que reiessiva. Lo stormo dello triomfo era granne. Moite banniere. Mai non [fu] tanta pompa. Fanti con duridaine de·llà e de cà. Per bene pare che voglia per tirannia guidare. Delle soie cose che perdìo le moite li fuoro rassenate. Mannao commannamenti e lettere per le terre e·llo destretto de soa felice tornata. Vole che ciascuno se apparecchi a buono stato. Era questo omo fortemente mutato dalli primi suoi muodi. Soleva essere sobrio, temperato, astinente. Ora deventato destemperatissimo vevitore, summamente usava lo vino. Ad onne ora confettava e veveva.

Non ce servava ordine né tiempo. Temperava lo grieco collo fiaiano, la malvascia colla rebola. Ad onne ora era dello vevere più fiesco. Orribile cosa era potere patere de vederlo. Troppo veveva. Diceva che nella presone era stato accalmato. Anco era deventato gruosso sterminatamente. Aveva una ventresca tonna, triomfale a muodo de uno abbate asiano. Tutto era pieno de carni lucienti como pagone, roscio, varva longa. Sùbito se mutava nella faccia, sùbito suoi uocchi se·lli infiammavano. Mutavase de opinione.

Così se mutava sio intellietto como fuoco. Aveva li uocchi bianchi: tratto tratto se·lli arrosciavano como sangue. Stato che fu nello palazzo de Campituoglio, lo più aito, dìi quattro, mannao per la obedienzia a tutti li baroni. Fra li aitri rechiese Stefano della Colonna in Pellestrina. Questo Stefanello remase piccolo guarzone po’ la morte dello patre Stefano e de Ianni Colonna sio frate, como ditto ène. Redutto s’è ora in Pellestrina allo forte.

A questo Stefanello mannao doi citatini de Roma, Buccio de Iubileo e Ianni Cafariello, per ammasciatori, che devessi obedire li commannamenti dello santo senato, sotto pena de soa ira. Questi ammasciatori Stefanello retenne e alcuni de essi mise in oscuritate. Anco li trasse uno dente e connannaoli in quattrociento fiorini. Lo sequente dìe curze li campi de Roma con suoi arcieri e briganti. Tutto lo vestiame ne menava. Lo romore se levao per Roma.

La mormoranza ne venne allo tribuno della preda de Romani che se ne iva. Allora lo tribuno cavalcao con suoi pochi famigli. Solo iessìo la porta. Li sollati lo sequitaro, tale armato, tale no, secunno che lo tiempo pateva. Curzero da porta Maiure, via de Pellestrina, per avia, per locora salvatiche, deserte. La tratta fu vana, inutile. Non trovaro né omo né vestia né arcieri. Li arcieri e·lli fanti de Pellestrina dotti de guerra per moite fiate descretamente avevano connutta la preda e nascostala in una selva, la quale se chiama Pantano, che iace fra Tivoli e Pellestrina. Là se tennero queti. La notte saviamente quella preda trassero da Pantano e salvarola in Pellestrina.

Cercato che abbe moito la iente dello tribuno, non trovanno cosa alcuna, perché la notte era, venne alla citate de Tivoli. Là posao. Fatta la dimane, la novella ionze che le vestie de Romani erano tratte da Pantano e connutte in Pellestrina. Allora lo tribuno irato disse: «Que iova de ire de là e de cà per locora senza vie? Non voglio più scelmire cosa della Colonna. Alle mano voglio essere». Quattro dìi in Tivoli stette. Mannao suoi editti. Espeditamente fece venire da Roma la romana cavallaria, tutti li sollati da cavallo e·lli fanti masnadieri. Era vivace de scrivere. Staieva sio stennardo in Tivoli con soa arme de azule a sole de aoro e stelle de ariento e coll’arma de Roma. Forte cosa!

Quello stennardo non era lucente como era prima; staieva miserabile, fiacco, non daieva le code allo viento regoglioso. Venuto lo stuolo de suoi sollati, le moite banniere, cornamuse e trommette assai, venuti missore Bettrone e missore Arimbaldo, li quali li aveva fatti capitanii de guerra generali, li sollati se mormoravano, ca volevano la paca. Li conestavili todeschi demannavano moneta, ché loro arme staievano in pegno. Moite scuse trovao. Non valeva più la fuga.

Vedi bella lerciaria che fece alli suoi capitanii. Abbe missore Bettrone e missore Arimbaldo e disseli: «Trovo scritto nelle storie romane che non era moneta in Communo de Roma per sollati. Lo consolo adunao li baroni de Roma, disse: ’Noa che avemo li offizii e·lle dignitate siamo li primi a dunare quello che ciascheuno pò de bona voluntate’. Per quello duno fu adunata tanta moneta, che iustamente la milizia fu pacata. Così voi doi comenzete a dunare.

La bona iente de Roma vederao che voi forestieri dunate. Serrao pronta a dunare. Averemo denari a furore». Li capitanii allora li dunaro milli fiorini, cinqueciento per uno, in doi vorze. Quella pecunia lo tribuno compartio alli sollati. Alla fantaria deo mesa paca de moneta de tevertini. Puoi adunao puopolo nella piazza de Santo Lorienzo de Tivoli e fece soa bella diceria. Disse como era ito venale anni sette, como fu in grazia de Carlo imperatore, lo cui aiutorio de prossimo aspettava. Disse como fu in grazia dello papa a despietto de Colonnesi suoi nemici. Mo’ era per lo papa senatore de Roma, non lassato guidare per la tirannia de Colonnesi, per Stefanello serpente venenoso, ionco vallico. Dunque intenneva de desertare casa della Colonna e farli peio che quello che prima li fece aitra voita. Casa maladetta, ché per la loro supervia terra de Roma vive in povertate.

Le aitre contrade vivo in ricchezza. Puoi aionze e disse: «Voglio fare l’oste sopra Pellestrina e farli lo guasto generale. Dunqua prego voi Tevertini che de buono core ce accompagnete, in tanta necessitate ce sovengate, non ce abannonete». Questa diceria fu fatta nello parapietto delli Palloni. Fatta questa diceria, lo sequente dìe mosse la fantaria forestiera, mosse tutta soa cavallaria e·llo puopolo de Tivoli con grascia e con arnese ad oste, e gìone a Castiglione de Santa Perzeta. Là posao dìi doi. Là se adunao la iente tutta. Puoi se mosse lo sequente dìe e fu sopra Pellestrina con tutto sio sfuorzo, anno Domini MCCCLIII[I], de mese , dìe Assediao Pellestrina e allocao lo tribuno l’oste a Santa Maria della Villa, doi miglia da longa dalla citate. Là fuoro milli cavalieri fra Romani e sollati, fu lo puopolo de Tivoli e de Velletri, e·lle masnate delle communanze intorno e della badia de Farfa, e de Campagna e della Montagna. Puosto lo assedio, ciasche perzona cobelle faceva. Solo esso Cola de Rienzi de continuo aveva l’uocchi sopra Pellestrina. Aizava la testa e resguardava lo aito colle, lo forte castiello, e considerava per quale muodo potessi confonnere e derovinare quelle edificia. Non levava lo sguardo de·llà. Diceva: «Questo è quello monte lo quale me conveo appianare».

Spesso anco, continuo guardanno e non movenno lo penzieri sio da Pellestrina, vedeva che per la parte de sopra vestiame veniva da pascere e entrava la porta de sopra per abbeverare, puoi tornava alli pascoli. Anco vedeva da l’aitra porta de sopra entrare uomini con salmarie, con some. Vedeva la traccia longa delli vetturali che venivano con fodere in Pellestrina. Allora domannava quelli li quali staievano seco e diceva: «Quelli somarieri que voco dicere?» Responnevano quelli che con esso staievano: «Senatore, quello vestiame veo da pascere e torna in Pellestrina a l’acqua per vevere. Quelli uomini portano farina e grascia per infoderare la terra che non affamassi».

Allora responneva e diceva: «Diceteme, non se pòterano pigliare li passi, che questo vestiame sì liberamente non issi a pastura e quelli non portassino fodere?» Responnevano li meno liali Romani e dicevano: «Tanta è la fortura delli monti de Pellestrina, che quelle entrate de sopra e quelle iessite non se·lli puoco vetare. Tanta è la salvatichezza de questo luoco, che nulla oste là pòtera demorare». Ma non era così. Anco era la cruditate delli baroni de Roma, li quali staievano a vedere que ne iessiva, non ce volevano operare. Allora lo tribuno disse queste paravole: «Mai non te lento fi’ che non te consumo, Pellestrina. E se io po’ la sconfitta de Colonnesi a porta de Santo Lorienzo avessi cavalcato collo puopolo de Roma, in questa terra liberamente entrava senza contradizzione. Ià fora deruvinata. Io non sostènnera allo presente questo affanno. Lo puopolo de Roma vìssera in pace reposato». Allo secunno dìe che l’oste posta fu, fu comenzato lo guasto e fu depopulato tutto lo ogliardino de Pellestrina, tutto lo piano fi’ alla citate.

Non remase aitro che la parte de sopra, meno che·llo terzo. Quello poco non fu depopulato, perché alli dìi otto l’oste se partìo. E questa partenza fu per doi cascioni. La prima, che Velletrani erano odiosi con Tevertini. Subitamente se mettevano dentro in Pellestrina. Per tale via fuoro auti sospietti che·lla baratta non se levassi nell’oste. La secunna cascione fu che·lla fante de missore «Sostenga qui uno o doi de noi, lassi ire mi. Io li farraio venire dieci milia, vinti milia fiorini e moneta e iente quanta li piace. Deh, faccialo per Dio!» A queste paravole non trovava tutore alcuno. Fatta la notte, preso da primo suonno fra Monreale fu menato allo tormento.

Quanno vidde la corda, desdegnato con mormorazione disse: «Ià ve aio bene ditto che voi rustichi villani site. Voleteme ponere allo tormento. Non vedete che io so’ cavalieri? Como è in voi tanta villania?» Puro un poco fu aizato. Allora disse: «Io so’ stato capo della Gran Compagnia. E perché so’ cavalieri, so’ voluto vivere ad onore. Aio revennute le citati de Toscana, messali la taglia, derupate terre e presa la iente». Allora fu tornato nello luoco delli suoi fratelli, intro li ceppi, redutto in restretto fra suoi fratelli. Conubbe che morire li conveniva. Domannao penitenza, e per tutta notte abbe con seco uno frate lo quale lo confessava. E così ordinao tutti suoi fatti. Odenno lo mormuorito de suoi fratelli, ad ora se voitava ad essi, parlava. Queste paravole diceva: «Doici frati, non dubitete. Voi site zitielli iovini, non avete provate le onne della ventura.

Voi non morerete. Io moro e de mea morte non dubito. La vita mea sempre fu con trivulazioni. Fastidio me era lo vivere. De morire non dubitava. So’ contento, ca moro in quella terra dove morìo lo biato santo Pietro e santo Pavolo, benché nostra desaventura sia per toa colpa, missore Arimbaldo, che me hai connutto qui in questo laberinto. Non perciò questo lasso. Non ve mormorete, non ve dogliate de me, ché io moro volentieri. Omo so’, como ciello fui ingannato, como l’aitri uomini so’ traduto. Dio me averao misericordia. Fui buono allo munno, serraio buono denanti a Dio, e specialemente non dubito perché venni con intenzione de bene fare. Voi iovini site: temete, ca non avete conosciuto que ène la fortuna. Pregove che ve amete e siate valorosi allo munno, como fui io che me feci fare obedienzia alla Puglia, Toscana e alla Marca». Spesse voite così dicenno, lo dìe se fece.

La matina voize odire la messa, e odìola staienno scaizo a nude gamme. All’ora de mesa terza fu sonata la campana e fu adunato lo puopolo. Connutto fra Monreale nelle scale allo lione, staieva inninocchiato denanti a madonna santa Maria. Alle gote teneva uno cappuccio de scuro con uno freso de aoro. Aduosso teneva uno iuppariello de velluto bruno, cosito de fila de auro. Descento era senza alcuno cegnimento. Le caize in gamma de scuro. Le mano legate larghe. Teneva la croce in mano. Tre fraticielli con esso staievano. Mentre che odiva la sentenzia, parlava e diceva: «Ahi Romani, como consentite mea morte? Mai non ve feci offesa, ma la vostra povertate e·lle mee ricchezze me faco morire». Puoi diceva: «Dove so’ io cuoito? Per bona fe’ diece tanta iente me aio veduta denanti e più che questa non è».

Puoi diceva: «So’ alegro de morire là dove morìo Pietro e Pavolo. La mea vita senza trivolazione non è stata». Puoi diceva: «Tristo questo male traditore po’ la mea morte!» Nella sentenzia fuoro mentovate le forche. Allora stordìo forte e levaose sùbito in piedi como perzona smarrita. Allora quelli che stavano intorno lo confortaro che non dubitassi. Fecero fede che connannato era alla testa. De ciò fu contento, stette queto. Abiato allo piano, per tutta la strada non finava volverse de là e de cà. Parlava e diceva: «Romani, iniustamente moro. Moro per la vostra povertate e per le mie ricchezze. Questa citate intenneva de relevare». Moite cose diceva. A peta a peta la croce basava. Forte se maniava de quello che poteva. Omo operativo, triomfatore, sottile guerrieri. Da Cesari in cà mai non fu alcuno megliore. Questo ène quello lo quale, con fortuna arrivato, ruppe in piaia romana, como ditto ène de sopra della galea sorrenata. Puoi che fu nello piano, là dove fuoro le fonnamenta della torre, fatta la rota intorno, inninocchiase in terra.

Puoi se levao e disse: «Io non staio bene». Voitaose invierzo oriente e raccommannaose a Dio. Puoi se inninocchiao in terra, basao lo ceppo e disse: «Dio te salvi, santa iustizia». Fece colla mano una croce sopra lo ceppo e basaola. Trasse lo cappuccio e iettaolo. Posta che li fu la mannara in cuollo, favellao e disse: «Non stao bene». Allora era seco moita bona iente, fra quali era lo sio miedico de piaghe. Questo li trovao la ionta. Puosto lo fierro, allo primo colpo stoizao in là. Pochi peli della varva remasero nello ceppo. Frati minori tuoizero sio cuorpo in una cassa, ionto lo capo collo vusto. Pareva che atorno allo cuollo avessi una zaganella de seta roscia.

Fu tumulato in Santa Maria de l’Arucielo lo escellente omo fra Monreale, la cui fama sonao per tutta Italia de virtute e de gloria. In la citate de Tivoli staieva uno domestico sio de sio lenaio, lo quale, odita la morte de sio signore, lo sequente dìe de dolore morìo senza remedio. Muorto questo valente omo, li Romani ne staievano forte afferrati. Allora lo tribuno adunao lo puopolo, favellao e disse: «Signori, non staiate turbati della morte de questo omo, ché ène stato lo peiore omo dello munno. Hao derobato citate e castella, muorti e presi uomini e donne, doi milia femine manna cattive. Allo presente era venuto per turbare nuostro stato e non relevarelo.

Cercava de essere libero signore. Esso voleva le grazie fare. Voleva depopulare Campagna e terra de Roma, lo residuo de Italia. Nostra briga bene connuceremo a buono fine colla grazia de Dio. Ma allo presente farremo como fao lo trescatore dello grano: la spulla e·lle scorze voite manna allo viento, le vaca nette se serva per si. Così noi avemo dannato questo faizo omo. La moneta soa, li cavalli, le arme terremo per fare nostra briga». Per queste paravole Romani fuoro alquanto acquetati. Fra tanto una espressa lettera e commannamento venne dallo legato che missore Arimbaldo li fussi mannato sano e salvo. Così fu fatto. Remase sio frate, missore Bettrone, in le catene.

Della moneta de fra Monreale abbe lo tribuno gran parte; tutta no, perché missore Ianni de Castiello ne abbe la maiure parte. Allora li nuobili de Roma se guardavano da esso como da traditore, perché non servava fede a sio amico. Allora Cola de Rienzi pacao li sollati espeditamente, da pede e da cavallo, quelli che remanere voizero. L’aitri liberamente lassao tornare. Recoize arcieri in granne quantitate. Da treciento uomini da cavallo aveva. Fece capitanio dello puopolo lo savio e saputo guerrieri Liccardo Imprennente delli Aniballi, signore de Monte delli Compatri. Mise le masnate intorno alle terre de Pellestrina. In Frascati teneva masnata de fanti e de arcieri. In la Colonna teneva masnata de fanti e de arcieri. In Castiglione de Santa Perzeta mise masnata de fanti. In Tivoli teneva lo menescalco.

Se reservao in Roma, in Campituoglio, per provedere, per vedere que era da fare. Granne penzieri aveva de procacciare moneta per sollati. Restretto se era a povera spesa; onne denaro voleva per pache. Mai non fu veduto tale omo. Solo esso portava lo penzieri de Romani. Più vedeva esso stanno in Campituoglio che suoi officiali nelle locora puosti. Sempre bussava, sempre scriveva alli officiali. Daieva lo muodo, l’ordine da fare cose e·lli fatti prestamente, de chiudere li passi donne se facevano le offese, de prennere uomini e spie. Mai non finava. Mai suoi officiali staievano lienti, freddi; non facevano cosa notabile, salvo lo prode guerrieri Liccardo, lo quale non se infegneva. Notte e dìe faceva predare Colonnesi, per tutta Campagna li persequitava. Non li lassava cogliere cielo. Consumava Stefanello e Colonnesi e Pellestrinesi.

La guerra menava a buono fine, omo mastro che sapeva li passi e·lle locora, conosceva li tiempi. Sapevase fare amare da sollati. Era obedito de voglia. Dicevano l’Ongari: «Mai non fu veduto tale capitanio sì valoroso». Desarmato voitava la mano, dicenno: «Quello vestiame venga cà». Como lo diceva così veniva. A buono fine la guerra veniva. Ora voglio contare la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella de vino e de aitre cose. Puseli nome ’sussidio’. Coize sei denari per soma de vino. Coglievase la moita moneta. Romani se·llo comportavano per avere stato. Anco stregneva lo sale per più moneta avere. Anco stregneva soa vita e soa famiglia in le spese. Onne cosa penza per sollati. Repente prese uno citatino de Roma nobile assai, perzona sufficiente, saputa: nome avea Pannalfuccio de Guido. Omo virtuoso, assai desiderava la signoria dello puopolo. E sì·lli troncao la testa senza misericordia e cascione alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano Romani como pecorella. Queti non osavano favellare.

Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis. Ora lacrimava, ora sgavazzava. Puoi se deo a prennere la iente. Prenneva questo e quello, revennevali. Lo mormuorito quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de si sollao cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti ad onne stormo. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe. Tenevali in spene.

Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. Novissime cassao Liccardo della capitania e fece aitri capitanii. Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e·llo sollicito guerriare, mormorannose debitamente de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro, a dìi otto. Staieva Cola de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco. Subitamente veo voce gridanno: «Viva lo puopolo, viva lo puopolo».

A questa voce la iente traie per le strade de·llà e de cà. La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce de mercato accapitao iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio. Como se ionzero insiemmori, così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!» Ora se fionga la ioventute senza rascione, quelli proprio che scritti aveva in sio sussidio. Non fuoro tutti li rioni, salvo quelli li quali ditti soco. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze lo moito puopolo, uomini e femine e zitielli. Iettavano prete; faco strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e denanti, dicenno: «Mora lo traditore che hao fatta la gabella, mora!» Terribile ène loro furore. A queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo de iente.

Anco da prima diceva: «Essi dico: ’Viva lo puopolo’, e anco noi lo dicemo. Noi per aizare lo puopolo qui simo. Miei scritti sollati so’. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se non piubicarla in Consiglio». Quanno a l’uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte; specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici, notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente. Quanno vidde lo tribuno puro lo tumuito dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto, forte se dubitava. Demannava alli tre que era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: «Non irao così, per la fede mea».

Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e gammiere. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece alli balconi della sala de sopra maiure. Destenneva la mano, faceva semmiante che tacessino, ca voleva favellare. Sine dubio che se lo avessino scoitato li àbbera rotti e mutati de opinione, l’opera era svaragliata. Ma Romani non lo volevano odire. Facevano como li puorci. Iettavano prete, valestravano. Curro con fuoco per ardere la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti, che alli balconi non potéo durare. Uno verruto li coize la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato da ambedoi le mano. Mostrava le lettere dello auro, l’arme delli citatini de Roma, quasi venissi a dicere: «Parlare non me lassate. Ecco che io so’ citatino e popularo como voi.

Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site». Non vaize questi muodi tenere. Peio fao la iente senza intellietto. «Mora lo traditore!» chiama. Non potenno più sostenere, penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra, perché anco stava presone missore Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria. Dubitava che non lo occidessi con soie mano. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe tovaglie de tavola e legaose in centa e fecese despozzare ioso nello scopierto denanti alla presone. Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto», e issino dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea allo tribuno, confortavalo e diceva che non dubitassi.

Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Essolo dereto, essolo ioso dereto». Davali la via e l’ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse la libertate dello puopolo, lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo avessi confortato, de fermo non moriva; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d’ora. Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti, lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo della fortuna. Staienno allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta, ora se·lla metteva. Questo era che abbe da vero doi opinioni. La prima opinione soa, de volere morire ad onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze la voluntate de volere campare e vivere.

Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio de volere vivere per qualunche via potéo, cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià li Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena, uoglio e pece. La porta ardeva.

Lo solaro della loia fiariava. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename a piezzo a piezzo. Orribile era lo strillare. Penzao lo tribuno devisato passare per quello fuoco, misticarese colli aitri e campare. Questa fu l’uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia, l’arme puse io’ in tutto. Dolore ène de recordare. Forficaose la varva e tenzese la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia dove dormiva lo portanaro. Entrato là, tolle uno tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino. Quello vile tabarro vestìo. Puoi se mise in capo una coitra de lietto e così devisato ne veo ioso. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava, passa l’uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino e diceva: «Suso, suso a gliu tradetore!»

Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l’animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli affece denanti e sì·llo reaffigurao, deoli de mano e disse: «Non ire. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio de capo, e massimamente che se pareva allo splennore che daieva li vraccialetti che teneva. Erano ’naorati: non pareva opera de riballo. Allora, como fu scopierto, parzese lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente fu addutto per tutte le scale senza offesa fi’ allo luoco dello lione, dove li aitri la sentenzia vodo, dove esso sentenziato aitri aveva.

Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo.

Là stette per meno de ora, la varva tonnita, lo voito nero como fornaro, in iuppariello de seta verde, scento, colli musacchini inaorati, colle caize de biada a muodo de barone. Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano a uno stuocco e deoli nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate puo’ esso secunnao lo ventre [?] de Treio notaro e deoli la spada in capo.

Allora l’uno, l’aitro e li aitri lo percuoto. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo in terra, strascinavanollo, scortellavanollo. Così lo passavano como fussi criviello. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare. Per questa via fu strascinato fi’ a Santo Marciello. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello. Capo non aveva. Erano remase le cocce per la via donne era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi, notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell’Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi.

In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize essere campione de Romani. In cammora soa fu trovato uno spiecchio de acciaro moito polito con carattere e figure assai. In quello spiecchio costregneva lo spirito de Fiorone. Anco li fuoro trovati pugillari dove aveva scritti Romani, la coita che voleva mettere.

Lo primo ordine, ciento perzone da cinqueciento fiorini; lo secunno ordine, ciento perzone da quattrociento fiorini; lo terzo, da ciento fiorini; lo quarto, da cinquanta fiorini; lo quinto, da dieci fiorini.

Quanno questo omo fu occiso currevano anni Domini MCCCLIII[I], alli otto dìi de settiembro in ora della terza. Non solamente questo fu muorto in furore de puopolo, ma tutta soa forestaria fu derobata de tutto arnese. Perdiero cavalli e arme. Fuoro lassati nudi sì quelli che se trovaro a Roma, sì quelli che staievano de fore per le fortezze a guerriare. Vogliome stennere sopra questa materia.

Franceschi entraro in Roma e assediaro Tarpeia, lo monte de Campituoglio. Per la paura Romani se erano redutti là. Puoi che viddero che in Tarpeia non era sufficienzia de fodero, deliveraro de mannare fòra li veterani, como perzone inutile, per avere più fodero, per salvare la ioventute. Così fu. Li veterani, ’nanti che issiro fòra de Tarpeia, fuoro in consiglio. Dissero così: «Noi gimo alle case nostre. Fra li Franceschi per carnario muorti serremo senza dubio. Meglio ène che moramo in abito de virtute che de miseria. Onneuno se vesta le ornamenta soie». Così fu. Li veterani ne iro alle case. Ciascheuno se adobao con quelli ornamenti li quali avevano auti nelle onoranze delli offizii.

Tale se vestìo a muodo de pontefice, tale a muodo de senatore, chi de consolo. Allocarose nelli facistuori adornati, colle bacchette in mano, adorni de prete preziose e de aoro. Fra li aitri uno aveva nome Papirio. Forte adorno staieva denanti la soa casa, cum pretexta, cum trabea indutus. La matina li Franceschi se maravigliaro de tale novitate, curzero a vedere como cosa nova. Uno Francesco prese la varva a questo Papirio e disse: «Ahi vegliardo, vegliardo!»

Allora Papirio se desdegnao, perché lo Francesco non li favellava con reverenzia, como l’abito sio mustrava. Destese la bacchetta e ferìo lo Francesco nello capo, e non teméo de morire per salvare la onoranza della maiestate soa. Lo buono Romano dunqua non voize morire colla coitra in capo como Cola de Rienzi morìo.

Edizione di riferimento

Anonimo Romano, Cronica, a cura di G. Porta, Milano, Adelphi, 1979.

Bibliografia

  • AaVv, Documenti storici, a cura di Rosario Romeo e Giuseppe Talamo, vol. I, Il Medioevo, Torino, Loescher, 1983, pp. 142-153.
  • Anonimo romano, Cronica, Milano, Adelphi 1979.
  • Cola di Rienzo, Epistolario di Cola di Rienzo, Torino, Bottega d’Erasmo, 1966.
  • Collins Amanda, Greater than Emperor: Cola di Rienzo (ca. 1313–1354) and the World of Fourteenth-Century Rome, University of Michigan Press, 2002.
  • Petronio Giuseppe, Savona Eugenio, Cossutta Fabio, La letteratura degli italiani: storia e antologia.  Vol. I, Palermo, Palumbo, 1972.